La comunità globale degli utenti di intelligenza artificiale ha lanciato il 13 febbraio 2026 una massiccia campagna di disdetta degli abbonamenti Premium per protestare contro quello che definiscono un progressivo degradamento delle capacità di ragionamento di ChatGPT. Il movimento, identificato dall'hashtag #CancelChatGPT, si è diffuso rapidamente partendo dai forum tecnici di San Francisco per raggiungere i mercati europei e asiatici, segnando la prima vera crisi di fiducia tra una Big Tech del settore e la sua base di clienti paganti. I sottoscrittori accusano OpenAI di aver introdotto filtri troppo restrittivi e di aver ridotto la potenza computazionale destinata ai singoli utenti per abbattere i costi di gestione, rendendo lo strumento meno preciso e più propenso a errori banali. Questa mobilitazione collettiva mette in discussione la stabilità del modello economico basato sulle sottoscrizioni mensili proprio mentre la concorrenza di modelli open source diventa sempre più aggressiva e qualitativamente competitiva.
Il cuore della contestazione risiede nella percezione di un peggioramento qualitativo che gli utenti chiamano pigrizia algoritmica. Molti professionisti che utilizzano il sistema per la scrittura di codice o per analisi legali complesse hanno documentato, attraverso test comparativi, come le risposte fornite nelle ultime settimane siano diventate più brevi, superficiali e talvolta evasive. La sensazione diffusa è che l'azienda stia sacrificando l'accuratezza sull'altare della sostenibilità economica, distribuendo le risorse di calcolo su una base di utenza sempre più vasta a scapito di chi sostiene il servizio finanziariamente. Non è solo una questione di software, ma di un patto non scritto tra innovatori e utilizzatori che sembra essersi incrinato sotto il peso delle logiche industriali.
La protesta non si limita però solo alle prestazioni tecniche, ma investe anche la trasparenza delle comunicazioni aziendali. I partecipanti alla campagna chiedono a gran voce che OpenAI renda pubblici i log dei cambiamenti apportati ai modelli e che consenta agli utenti di scegliere tra diverse versioni del sistema, evitando aggiornamenti forzati che stravolgono i flussi di lavoro consolidati. Il timore è che l'intelligenza artificiale, nata come strumento di emancipazione intellettuale, si stia trasformando in un prodotto di consumo opaco, dove le decisioni sulle capacità della macchina vengono prese a porte chiuse senza consultare chi, con i propri dati e i propri soldi, ne ha permesso lo sviluppo.
Un altro punto di frizione riguarda l'etica della moderazione. Molti utenti lamentano che i sistemi di sicurezza siano diventati talmente pervasivi da bloccare richieste legittime e creative, scambiando spesso la complessità per violazione dei termini di servizio. Questa eccessiva cautela digitale viene percepita come un limite alla libertà di esplorazione intellettuale, trasformando uno strumento potenzialmente rivoluzionario in una guida eccessivamente prudente e, per certi versi, censoria. La campagna invita dunque a colpire l'unica leva rimasta a disposizione del pubblico: il flusso di cassa generato dai rinnovi automatici.
L'impatto di questa iniziativa si sta già facendo sentire sui mercati, dove gli analisti osservano con attenzione il tasso di abbandono della piattaforma. Sebbene OpenAI detenga ancora una posizione di leadership, la nascita di alternative solide e trasparenti offre agli utenti insoddisfatti un luogo dove migrare i propri progetti. Il rischio per la Silicon Valley è che la protesta si trasformi in un esodo permanente, spingendo la ricerca verso sistemi meno centralizzati e più vicini alle reali necessità della comunità scientifica e creativa.
In questo scenario, il futuro dell'interazione uomo-macchina dipenderà dalla capacità delle aziende di recuperare l'ascolto verso chi le ha rese grandi. La tecnologia non vive nel vuoto, ma si nutre della fiducia di chi decide di integrarla nella propria quotidianità. Resta da capire se il richiamo al portafoglio sarà sufficiente per riportare l'attenzione sulla qualità del dialogo o se stiamo assistendo alla fine dell'innamoramento collettivo per i grandi modelli centralizzati.