La sfida invisibile dei dati rubati scuote il dominio dell'intelligenza artificiale

OpenAI accusa formalmente la cinese DeepSeek di aver utilizzato i propri modelli per addestrare sistemi concorrenti sollevando nuovi interrogativi sulla proprietà intellettuale.

La sfida invisibile dei dati rubati scuote il dominio dell'intelligenza artificiale
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OpenAI ha accusato formalmente l'azienda cinese DeepSeek, durante una conferenza tecnica tenutasi a San Francisco il 12 febbraio 2026, di aver utilizzato i propri modelli linguistici avanzati per addestrare l'intelligenza artificiale asiatica attraverso una tecnica nota come distillazione. L'azienda guidata da Sam Altman ha presentato prove digitali che dimostrerebbero come la startup di Hangzhou abbia estratto sistematicamente dati e ragionamenti dai sistemi GPT per potenziare le prestazioni del proprio software senza autorizzazione. Questa operazione di reverse engineering informatico è avvenuta nel corso degli ultimi mesi e ha permesso a DeepSeek di raggiungere livelli di efficienza paragonabili ai leader del settore con una frazione degli investimenti originari. Il conflitto segna un punto di rottura nelle relazioni tra i colossi della Silicon Valley e l'industria tecnologica cinese proprio mentre la competizione per la supremazia computazionale diventa una questione di sicurezza nazionale.

La questione non riguarda soltanto la velocità di calcolo o la precisione delle risposte fornite da un chatbot. Al centro del dibattito si trova la distillazione, un processo che permette di istruire un modello più piccolo e meno costoso utilizzando le risposte generate da un modello più grande e sofisticato. I ricercatori di OpenAI hanno rilevato tracce inequivocabili di questo passaggio, trovando all'interno delle risposte di DeepSeek schemi di ragionamento e persino errori tipici delle versioni precedenti di GPT. Si tratta di una sorta di impronta digitale che, secondo i tecnici californiani, non lascia spazio a interpretazioni benevole.

Il successo di DeepSeek, che nelle scorse settimane aveva sorpreso i mercati globali per la sua capacità di offrire prestazioni elevate a costi estremamente contenuti, appare oggi sotto una luce differente. Se da un lato l'efficienza algoritmica della startup cinese è stata riconosciuta da molti osservatori, dall'altro l'accusa di aver costruito tale castello sulle fondamenta altrui mina la narrazione dell'innovazione indipendente. La difesa di Hangzhou non ha tardato ad arrivare, respingendo le accuse di furto diretto e parlando di metodi di addestramento comuni nel settore della ricerca aperta, ma le prove presentate a San Francisco hanno già innescato una reazione a catena nei corridoi di Washington.

Le autorità di regolamentazione americane stanno ora valutando se questo comportamento violi i termini di servizio e le licenze d'uso delle API fornite dalle aziende statunitensi. Il timore principale è che la proprietà intellettuale, costata miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, possa essere trasferita e replicata in tempi brevissimi attraverso la semplice interrogazione dei sistemi protetti. In questo scenario, il confine tra l'apprendimento basato su dati pubblici e il parassitismo tecnologico diventa sempre più sottile e difficile da presidiare con gli strumenti legali attuali.

La vicenda solleva inoltre dubbi sulla sostenibilità del modello di business delle grandi aziende tecnologiche. Se ogni progresso può essere assorbito e replicato da un concorrente in pochi mesi, l'incentivo a investire in enormi infrastrutture di calcolo potrebbe affievolirsi. Il rischio è una stagnazione causata dal timore di vedere i propri risultati saccheggiati prima ancora di poter generare un ritorno economico. Gli ingegneri della Silicon Valley stanno già lavorando a nuovi sistemi di watermarking per i dati, capaci di rendere evidente l'origine di un'informazione anche dopo che questa è stata processata da un'altra intelligenza artificiale.

Mentre le accuse si trasformano in un caso diplomatico e industriale, la percezione dell'intelligenza artificiale come bene comune si scontra con la realtà cruda del mercato. La capacità di creare conoscenza non è più solo una questione di talento umano, ma di protezione dei flussi di dati che alimentano le macchine. Resta da capire se il futuro vedrà la nascita di recinti digitali sempre più invalicabili o se la natura stessa dell'informazione digitale renderà vano ogni tentativo di difesa.

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