È stato complicato dare un titolo a questa riflessione. Alla fine ne ho scelto uno, ma nel corso della scrittura me ne sono venuti in mente altri che avrebbero potuto rappresentare con la stessa forza questo episodio. Li troverete tra virgolette, disseminati nel testo, come se fossero piste parallele per raccontare una stessa inquietudine.
È successo davvero. Un quotidiano è andato in stampa con la frase che ChatGPT propone di solito come consegna finale, una sorta di promemoria che nessun giornalista avrebbe mai dovuto lasciare in pagina. Un errore che ha fatto il giro dei social, suscitando ironia e qualche imbarazzo. Ma la questione non si chiude con una risata. Perché questo episodio racconta qualcosa di più serio e inquietante. Cosa accade quando il giornalismo smette di leggere se stesso?
“Quando il giornalismo dimentica se stesso” diventa molto più di una formula amara: è il segno di una fragilità crescente, di un mestiere che si affida agli strumenti digitali senza però conservarne il controllo critico. Non si tratta qui di demonizzare l’intelligenza artificiale, ma di riconoscere la differenza tra chi informa e chi semplicemente comunica. Un social media manager, per quanto preparato e brillante, non è un giornalista. Il suo obiettivo è catturare attenzione, costruire interazioni, generare consenso. Il giornalista, invece, è vincolato a un codice deontologico che lo obbliga a verificare, selezionare, vigilare. Sono due mestieri diversi e non possono essere confusi.
“Non basta pubblicare, bisogna saper informare.” La stampa, quando smarrisce questa vocazione, smette di svolgere il ruolo che la rende essenziale per la democrazia. L’errore di un giornale che manda in tipografia le istruzioni di un software non è solo una gaffe: è la fotografia di un sistema che rischia di consegnare ai nostri ragazzi un mondo dove la parola non è più custodita, ma semplicemente replicata. Dove la velocità e l’automazione prevalgono sul rigore e sulla responsabilità.
“Il giorno in cui la stampa ha smesso di vigilare” non è solo un titolo suggestivo, ma una domanda scomoda che dovremmo porci tutti. Perché se i giornali rinunciano a leggere le proprie pagine, chi leggerà davvero la realtà per noi?