Nati cyborg di Claudio Paolucci (appena edito da Luca Sossella editore) è un brillante saggio filosofico-semiotico che si inserisce con sorprendente lucidità nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, evitando tanto l’entusiasmo ingenuo quanto l’allarmismo mediatico. L’autore è uno dei più brillanti allievi di Umberto Eco e uno degli studiosi di semiotica più innovativi. In questo libro Paolucci indaga gli LLM (large Language Models) interrogandosi non su ciò che le macchine sono, ma ciò che noi siamo e siamo sempre stati, cioè esseri ibridi, “cyborg” appunto, da millenni impegnati a delegare all’ambiente parti anche significative delle nostre funzioni cognitive. Alcune di queste, gli occhiali per esempio, potenziano le nostre capacità consentendoci di vedere meglio, altre, come la scrittura, hanno fortissime ricadute sulla nostra cognizione e sono queste ultime che destano maggior allarme al momento in cui si diffondono, si pensi alla critica di Platone alla scrittura. E questo consente all’autore di condurre una riflessione sull’IA considerandola uno specchio antropologico.
Il filo conduttore è la nozione di cyborg come condizione originaria dell’umano e non come scenario futuro. La nostra fragilità strutturale, la nostra “imbecillitas” nel senso etimologico di mancanza di sostegni, ci ha spinto da sempre a fabbricare protesi cognitive - strumenti, scrittura, linguaggi formali - che riorganizzano la nostra mente. L’avvento delle macchine linguistiche non è quindi un’eccezione, ma la prosecuzione di un’antica genealogia dell’umano.
Il libro si caratterizza per una mossa teorica precisa: spostare l’attenzione dalla domanda “l’IA capisce?” alla domanda “chi parla quando la macchina parla?”. Ciò permette a Paolucci di mettere in discussione tanto l’idea di soggettività come proprietà interiore esclusiva, quanto la comoda distinzione tra significato umano e manipolazione statistica “macchinica”. Centrale è il confronto tra l’enunciazione umana- intessuta di norme, istituzioni, stereotipi, tradizioni- e quella macchinica; entrambe, in fondo, sono assemblaggi di voci eterogenee che producono un effetto di soggettività. L'uomo non è mai unico autore dei propri enunciati; la macchina non è mai un semplice “pappagallo stocastico”.
Di grande interesse filosofico è il dialogo critico con la tesi di “intelligenza zero” di Luciano Floridi. Laddove Floridi ritiene che molti compiti non richiedano intelligenza proprio perché delegabili alle macchine (come una lavatrice), Paolucci sostiene che un’azione ben riuscita è già intelligente in quanto efficace. L’intelligenza, quindi, non è una sostanza interiore, ma un fare ben riuscito nel mondo. Qui risuona l’influenza del pragmatismo di Peirce e dell’enattivismo di Andy Clark per il quale la mente è estesa, ibridata, distribuita.
Uno dei punti più originali del libro è il confronto fra lo sviluppo della soggettività nei bambini e le capacità delle IA generative: pretend play, mindreading, capacità semiotica. Paolucci mostra come molte di queste competenze siano simulate o replicate dalle macchine, mettendo in crisi criteri identitari che pensavamo stabili. E tuttavia la conclusione non è antropo-depressiva, la soggettività resta un fenomeno relazionale e incarnato che la macchina non possiede, ma che proprio per questo l’IA contribuisce a illuminare.
Nati cyborg è un testo stimolante, capace di intrecciare storia delle idee, filosofia del linguaggio, semiotica e scienze cognitive con una notevole chiarezza espositiva. Il saggio non offre risposte definitive sull’IA, perché non è questo il punto, ma offre qualcosa di più prezioso: un cambiamento di prospettiva.
Le macchine non parlano come noi, piuttosto, ci costringono a interrogarci su come parliamo noi stessi.
Siamo sempre stati cyborg
Claudio Paolucci rilegge l’intelligenza artificiale come uno specchio antropologico, mostrando come le macchine linguistiche proseguano una lunga storia di ibridazione tra mente, linguaggio e tecnica.
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