Secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), nel 2022 nel mondo sono state sprecate oltre 1,05 miliardi di tonnellate di cibo lungo l’intera filiera, dalla distribuzione alla ristorazione fino al consumo domestico, e proprio nelle case si concentra quasi il 60% di questo spreco globale, pari a una media di circa 132 chilogrammi a persona, con l’incredibile risultato che ogni giorno, nel silenzio, l’equivalente di oltre un miliardo di pasti finisce nella spazzatura. In Italia, nel 2025, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, lo spreco domestico medio si attesta su 555,8 grammi a settimana per persona, in calo rispetto ai 683 grammi rilevati nel 2024, ma comunque indice di un’abitudine radicata che continua a pesare sull’ambiente, sull’economia familiare e sull’intero sistema alimentare.
Tra le principali cause di questo spreco persistente ci sono la cattiva pianificazione della spesa, l’abitudine a cucinare porzioni eccessive, la scarsa attenzione alle date di scadenza e la tendenza a conservare male gli alimenti, spesso aggravata da una scarsa consapevolezza del valore reale del cibo e del suo impatto ambientale.
È esattamente il punto in cui si riconosce Maddalena, architetto in pensione di Palermo, che ci racconta con sincerità in un supermercato: "Mi dedico molto ai miei hobby e spesso sono i miei figli ad aiutarmi con la spesa, perché sono molto bravi a organizzarsi. Controllano cosa manca, fanno la lista, pensano già ai pasti. Quando invece tocca a me, capita che, dovendo anche seguire una dieta, scenda al supermercato convinta di aver bisogno di qualcosa e finisca per comprare più del necessario. Anche mio marito fa la spesa con generosità, seguendo abitudini e diete diverse dalle mie, e capita che ciò che compra non venga consumato in tempo, spesso alcune verdure sono abbandonate perché non piacciono ai miei figli, o perché io non posso mangiarle perché mi creano disturbi. Così il frigo si riempie, alcune cose finiscono in fondo e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Non è che vuoi sprecare, succede, e te ne rendi conto solo quando ormai è successo".
C’è però anche chi, più che riempire, ama svuotare, con una filosofia domestica controcorrente, come ci racconta Marco Carapezza, professore ordinario di filosofia del linguaggio: "In cucina sono tendenzialmente francescano, mi piace vedere il frigo (semi)vuoto, anzi mi diverte proprio vederlo lentamente svuotarsi. Considero una piccola soddisfazione quando rimane solo una bottiglia di vino (non amo l’acqua fredda), un po’ di formaggio e una zucchina. Poi quando mia moglie, che per lavoro parte di frequente, torna a Palermo, il frigo si riempie, forse esageratamente. A volte andiamo insieme a fare la spesa, mi piacciono mercati e supermercati, ma il più delle volte va lei e prima di partire si assicura che io non patisca la fame".
Tra chi riempie troppo, chi dimentica e chi trova nel vuoto una forma di equilibrio, è chiaro che il frigorifero non è solo un contenitore, ma è uno specchio delle nostre abitudini, relazioni, priorità. Ed è proprio in questo spazio che la tecnologia sta provando a entrare, con ambizione.
Nelle grandi fiere tecnologiche, che hanno chiuso il 2025, una delle innovazioni più significative non ha riguardato né robot umanoidi, né nuove frontiere della realtà aumentata, ma proprio il frigorifero. A Seoul e nella Silicon Valley, infatti, due dei principali laboratori mondiali d’innovazione hanno presentato una nuova generazione di sistemi per la gestione alimentare domestica con l’integrazione nativa di modelli di intelligenza artificiale multimodale capaci di osservare, riconoscere, imparare e suggerire ricette, andando oltre alla semplice notifica di una scadenza.
Grazie a telecamere interne ad alta risoluzione e a un sistema neurale addestrato su migliaia di immagini e variabili alimentari, supportato da sensori ottici avanzati capaci di rilevare variazioni di colore e consistenza per stimare lo stato di conservazione a livello molecolare, questi nuovi frigoriferi sono in grado di riconoscere in modo autonomo ogni prodotto fresco conservato al loro interno. Non si limitano a riconoscere una mela o una bottiglia di latte, ma distinguono le varietà, intuiscono il grado di maturazione, registrano le abitudini di consumo, tracciano il tempo che ogni alimento trascorre sul ripiano. E da tutto questo estraggono raccomandazioni, propongono ricette in base a ciò che sta per scadere, suggeriscono cosa cucinare per evitare sprechi, aggiornano la lista della spesa sulla base di ciò che realmente manca, e non su quello che si presume possa servire, grazie a modelli basati sul cloud che apprendono in tempo reale dal comportamento dell’utente e si aggiornano costantemente per offrire consigli sempre più precisi.
La novità, però, non è solo nella capacità di calcolo o nel design futuristico degli apparecchi, ma nel fatto che questa intelligenza è progettata per adattarsi a noi, imparando dalle nostre abitudini senza giudicare.
Alcuni modelli sono già in grado di dialogare con l’utente in linguaggio naturale e basta chiedere “cosa posso cucinare stasera?” per ottenere una risposta ragionata, che tiene conto non solo degli ingredienti disponibili, ma anche delle preferenze espresse in passato, dei tempi a disposizione, persino delle proprietà nutritive degli alimenti selezionati. Nei prototipi più avanzati, il frigorifero è in grado anche di comunicare con i fornitori, ordinre in autonomia, collegandosi con la filiera a chilometro zero.
Anche chi vive in una dimensione più essenziale ma attenta, come Laura Bonanno, nota e stimata organizzatrice di viaggi, vede nel supporto tecnologico un’opportunità concreta, soprattutto in momenti particolari: “A me piace molto inventarmi, in base a quello che ho in frigo o in generale in casa, un piatto da portare a tavola anche perché sono assolutamente anti spreco. Però noi siamo in due e di poche esigenze. Non gestisco una grande o famelica famiglia, quindi trovo che un robot per scadenze e menù possa essere di grande aiuto, magari anche solo in alcuni momenti”.
Le sue parole aiutano a cogliere quella zona grigia in cui si muove gran parte dell’innovazione domestica fatta di possibilità concrete ma anche di dubbi, necessità e libertà.
E, a proposoito di libertà, questa trasformazione, come spesso accade quando la tecnologia entra nella nostra vita quotidiana, solleva interrogativi che vanno ben oltre l'efficienza o la praticità. Cosa succede quando un algoritmo entra in cucina, uno degli spazi più intimi e simbolici della casa? Che tipo di rapporto instauriamo con una macchina che finisce per conoscere le nostre abitudini alimentari meglio di noi stessi? E quanto siamo pronti a lasciare che l'intelligenza artificiale guidi, anche solo parzialmente, le nostre scelte quotidiane?
Un equilibrio delicato, come spiega Domenica Bruno, professoressa di filosofia del linguaggio all’Università di Messina: "Questa forma di domotica può essere uno strumento utile, soprattutto sul fronte della lotta allo spreco perché aiuta a tenere memoria di ciò che abbiamo, suggerisce combinazioni possibili e ci ricorda le scadenze. Credo che tutto questo possa davvero fare la differenza nella quotidianità. Il rischio, però, è che l’algoritmo diventi prescrittivo e se la tecnologia “decide” troppo, la creatività rischia di appiattirsi. Quanto al rapporto personale con il cucinare non lo faccio per dovere, per me la cucina è uno spazio di libertà e di cura, mi rilassa molto. La tecnologia funziona quando supporta, non quando sostituisce l’intuizione, l’errore o l’invenzione. Se aiuta a sprecare meno senza togliere il piacere di scegliere, allora è un’alleata. Se omologa i gesti e i gusti, diventa solo un’altra forma di semplificazione del quotidiano o, peggio ancora, una forma di controllo domestico".
Il confine, quindi, non è solo tecnico, ma culturale e persino emotivo, poiché ciò che l’algoritmo facilita, può anche finire per dirigere. E il piacere del cucinare rischia di trasformarsi in un processo assistito, sorvegliato, razionalizzato.
Poi c'è la questione dei dati e della privacy. Non si tratta solo di abitudini alimentari, ma di tracce più ampie, come ad esempio se una persona è a casa o in viaggio, quanto tempo passa tra una spesa e l'altra e quali sono gli orari preferiti per cucinare. Queste informazioni, se finiscono nelle mani sbagliate, potrebbero persino rappresentare un rischio concreto per la sicurezza, ad esempio agevolando le azioni di criminali che possono determinare quando una casa è vuota.
Un rischio che non riguarda solo i criminali, ma anche chi progetta gli algoritmi, come sottolinea Michelangelo Pavia, attivista fondatore di neu [nòi] - spazio al lavoro: "Io amo cucinare ma non esagero con la strumentazione elettrica. Per come vivo io la cucina non comprerei un robot del genere. Non ho neanche Alexa o altri strumenti di AI invasivi. Il tema su cui si deve fare attenzione non sono tanto gli aspetti qualitativi dello strumento ma sempre quelli dei dati e del loro utilizzo di chi li accumula. Basta un niente che la società può fare un upgrade del software e se non paghi, quando apri il frigo, ti arriva la pubblicità dello yogurt".
Eppure, la promessa è reale e affascinante, poiché un frigorifero ci accompagna e ci ricorda che ogni alimento ha un valore, e che sprecare meno è una forma di rispetto verso ciò che consumiamo, ma anche verso chi non ha.
Giuseppe, specializzando in medicina, intervistato sempre in un supermercato, evidenzia che: “Lo spreco non è solo un problema ambientale, è anche un segnale di disorganizzazione personale, ma quando hai giornate piene, turni lunghi, poco tempo per fare la spesa e zero energie per pensare a cosa cucinare, finisci per comprare cose a caso, guidato dalla fretta o dalla voglia del momento. È una cosa che succede a tanti, e spesso te ne accorgi solo quando ti trovi a buttare via qualcosa che nemmeno ricordavi di avere. In questo senso, un sistema che ti mostra cosa sta per scadere e ti suggerisce una ricetta con quello che hai davvero in frigo potrebbe essere molto utile. Però credo che la tecnologia debba affiancarti, non sostituirti e, quindi, deve aiutare a ragionare e non spegnere l’attenzione, perché, alla fine, guardare dentro il frigorifero, scegliere, capire cosa cucinare... resta anche quello un modo di prendersi cura di sé”.