ChatGPT sostituisce lo studio? I rischi di un apprendimento superficiale

L’uso massiccio dei chatbot per svolgere compiti accademici accelera la produttività ma riduce la capacità di analisi e memoria. L’intelligenza artificiale diventa scorciatoia cognitiva.

ChatGPT sostituisce lo studio? I rischi di un apprendimento superficiale
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Il 4 novembre 2025 una ricerca del MIT Media Lab ha riportato che gli studenti che utilizzano ChatGPT per redigere saggi e risolvere esercizi ottengono risultati migliori nel breve periodo ma sviluppano un apprendimento più fragile. Lo studio, condotto su un campione di 1 200 universitari in dieci paesi, mostra che l’uso continuativo dell’intelligenza artificiale riduce la capacità di memorizzazione e la comprensione profonda dei contenuti.

I ricercatori parlano di “apprendimento superficiale assistito”, una condizione in cui la mente si affida alla rapidità dello strumento rinunciando al processo di elaborazione. Nei test di richiamo e di sintesi concettuale, gli studenti che avevano utilizzato ChatGPT in più del 60 % dei compiti hanno mostrato una diminuzione significativa delle prestazioni rispetto a chi aveva lavorato autonomamente. Le prove neurocognitive hanno inoltre evidenziato una riduzione dell’attività nelle aree cerebrali associate alla riflessione e alla memoria a lungo termine.

Un’ulteriore meta-analisi pubblicata sull’Education Research Review conferma la tendenza. L’intelligenza artificiale può semplificare il lavoro accademico, ma indebolisce la costruzione del sapere critico. Gli studenti imparano a ottenere risposte, non a generarle. Si sviluppa una forma di dipendenza intellettuale che porta a confondere la conoscenza con la facilità di accesso alle informazioni.

Le piattaforme educative stanno reagendo con strategie preventive. Alcune università statunitensi hanno introdotto corsi di alfabetizzazione digitale critica per insegnare come usare ChatGPT come strumento di supporto e non come sostituto del pensiero. I docenti incoraggiano a integrare l’IA nei processi di ricerca, ma chiedono che ogni elaborato includa una sezione di riflessione personale per misurare la comprensione reale.

Sul piano etico, la questione non riguarda solo l’onestà accademica ma la trasformazione del modo di pensare. Quando un algoritmo scrive più velocemente di noi, la tentazione di delegargli la fatica cognitiva diventa irresistibile. In un ambiente dove la velocità è premiata più della profondità, la competenza rischia di essere sostituita dall’efficienza.

Alcuni esperti propongono un approccio equilibrato: usare i chatbot come tutor, non come autori. L’intelligenza artificiale può essere utile per chiarire concetti e suggerire fonti, ma lo studio resta un atto di assimilazione, non di generazione automatica. L’IA può facilitare l’apprendimento, non sostituirlo.

Alla fine, la sfida educativa del nostro tempo non è vietare la tecnologia ma riconquistare il tempo dell’attenzione. Sapere non è accumulare risposte ma imparare a porsi domande, anche quando una macchina sembra già averle risolte tutte.

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