Conviviamo con l’IA in realtà da breve tempo – nonostante non sembri – eppure le aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale nei loro servizi e perfino le software house che possiedono le LLM più famose e importanti sembrano virare insieme in una direzione comune, una manovra di “iconografia algoritmica" che ci trasporta in un'estetica e narrazione che le stesse aziende tentano di venderci.
Chiunque abbia avuto a che fare con l’internet degli ultimi anni avrà ben presente questo simbolo:
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Il suo nome ufficiale è "Sparkles", registrato nel registro Unicode nel 2010. Nasce alla fine degli anni '90 nei cellulari giapponesi per indicare estetica e meraviglia visiva, ereditata direttamente dal linguaggio dei manga. Prima di trasformarsi nel marchio di fabbrica dell'IA, il suo unico uso software era confinato ai programmi di grafica (come ad esempio Adobe) per segnalare effetti speciali visivi e ottimizzazioni. Nel 2023 ha iniziato a trasformarsi e ad adottare il ruolo che poi, al giorno d’oggi, l'ha reso famoso: infatti questo simbolo è stato promosso sul campo a standard visivo dell'Intelligenza Artificiale con una larga diffusione.
Tantissime aziende del settore, come la già citata Adobe, hanno iniziato a contrassegnare le funzionalità AI con questo simbolo, una diffusione capillare che è andata ad influenzare anche il simbolo di uno dei più importanti e diffusi chatbot mondiali: Gemini.
I motivi di questa diffusione non sono casuali, ma rispondono a una precisa strategia aziendale e di design della comunicazione. Come raccontato nel portale di Google Design dagli stessi ricercatori del team visivo, l'icona usata nell'ecosistema Google e in Gemini è stata inizialmente ispirata dallo spazio negativo tra i pallini di Google Assistant per comunicare all'utente un senso di collaborazione discreta, anziché un sostituto dell'uomo. Sempre secondo le riflessioni sul design del settore, i simboli tradizionali della tecnologia sono stati scartati perché percepiti come freddi, accademici o legati al concetto di una fantascienza rigida. Questa scelta si è poi consolidata in un linguaggio comune: la stellina non viene usata per mostrare l'algoritmo nella sua complessità, ma per segnalare istantaneamente all'utente i punti dell'interfaccia in cui avviene un processo di sintesi, generazione o trasformazione del testo.
Questo stesso processo di ragionamento ha in breve tempo invaso gli uffici marketing di tutto il settore, fino a consolidarsi nel nostro 2026 come lo "standard" dell'iconografia algoritmica.
Se però i colossi tech giustificano queste scelte estetiche con il desiderio di evocare “creatività e magia”, diverse analisi un'inchiesta firmata dalla giornalista Michelle Cheng su Quartz evidenzia una motivazione più profonda. L’adozione di massa delle stelline risponde in realtà a una precisa strategia di posizionamento psicologico: disinnescare la paura del pubblico. Sostituendo le vecchie immagini dell’immaginario sci‑fi – come robot di metallo, chip freddi o cervelli cibernetici – con un simbolo colorato e innocuo, le aziende tentano di neutralizzare il dibattito sui rischi reali della tecnologia. Etichettare l’algoritmo come un atto ‘magico’ permette di nascondere la natura di ‘scatola nera’ dell’IA generativa, distogliendo l’attenzione dei consumatori dai nodi critici relativi all’estrazione dei dati e alla perdita di posti di lavoro.
Questo fenomeno si inserisce in una lunga tradizione di rebranding strategico: così come in passato settori industriali critici hanno adottato un'estetica rassicurante per deviare l'attenzione dai rischi (dalle prime campagne del tabacco al moderno greenwashing), Il caso della stellina è solo un fatto specifico e isolato, ma se pensiamo invece a tutte le strategie di marketing che spingono sull'estetica dei prodotti, ci si trova di fronte a uno scenario particolarmente strano.
Chi addestra gli LLM e chi progetta gli strumenti di generazione, sia testuale che di altro tipo, ha la piena consapevolezza del mezzo: l'IA non crea dal nulla, rielabora e modifica e, in tanti casi, copia e ripropone.
In questo momento non siamo di fronte a una semplice manovra di puro marketing estetico, ma a un processo mediatico che in qualche misura mira a un cambio di rotta del paradigma del funzionamento di strumenti digitali, e le aziende ne sono ben consapevoli, nascondendo dietro l'estetica della meraviglia il peso di un'infrastruttura estrattiva e trasformando un potente strumento probabilistico in un'illusione di innocua magia.