Disney e OpenAI: quando l’intelligenza artificiale entra nella fabbrica dei sogni

TerzaNotizia intervista Alice Venditti, attrice e doppiatrice

Disney e OpenAI:  quando l’intelligenza artificiale entra nella fabbrica dei sogni
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8 min di lettura

Il recente annuncio della partnership tra Disney e OpenAI ha acceso il dibattito anche nel mondo del doppiaggio, un settore in cui la voce non è solo strumento tecnico, ma identità artistica. A riflettere su questo cambiamento è Alice Venditti, attrice e doppiatrice cresciuta in un ambiente familiare fortemente legato al cinema e alla sala di doppiaggio, con esperienze che spaziano dall’animazione Disney alla recitazione.

Il 14 dicembre 2025 segna una data destinata a restare nella storia dell’industria culturale globale. Disney, uno dei più grandi colossi dell’intrattenimento mondiale, e OpenAI, tra le aziende leader nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, hanno annunciato una partnership strategica che potrebbe cambiare profondamente il mondo in cui nascono film, serie e contenuti audiovisivi.

L’accordo, ufficializzato negli Stati Uniti, prevede una collaborazione senza precedenti: Disney aprirà in modo controllato il protetto e propri archivi storici, un patrimonio costruito inoltre un secolo di animazione e cinema, per contribuire allo sviluppo delle future visioni di Sora, il modello di generazione in video di OpenAI. In cambio, la casa di Topolino entrerà nel capitale della società guidata da Sam Altman avrà accesso a una piattaforma tecnologica dedicata, pensata appositamente per i creativi Disney.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: velocizzare i tempi di produzione, ridurre i costi delle frasi più complesse e ripetitive permettere ad autori, registi e designer di concentrarsi maggiormente sulla parte narrativa artistica. Scenografie, ambientazioni, comparse digitali e sequenze preliminari potranno essere generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, mantenendo però uno standard televisivo coerente con l’estetica Disney.

Si tratta di un cambio di paradigma significativo anche dal punto di vista culturale. Per anni le grandi major hanno guardato con sospetto allo sviluppo dell’IA, tenendo violazioni del copyright e perdita di controllo sulle proprie proprietà intellettuali. Oggi, invece, la strategia sembra essere quella dell’ integrazione : non combattere la tecnologia ma  guidarla dall’interno.

La scelta riflette anche una trasformazione del mercato. In un panorama dominato dallo streaming e dalla richiesta continua di nuovi contenuti, la rapidità di produzione è diventata un fattore decisivo. Affidare alcune fasi tecniche all’IA permette di rispondere a questa pressione senza rinunciare, almeno nelle intenzioni, alla qualità creativa.

Non mancano però le ombre. Il mondo del lavoro a Hollywood osserva l’operazione con attenzione e preoccupazione. Animatori, tecnici degli effetti visivi e artisti digitali temono che l’automazione possa ridurre le opportunità, soprattutto per le figure giovani e per chi lavora nelle fasi intermedie della produzione. OpenAI ha assicurato che gli strumenti sviluppati saranno pensati per affiancare l’essere umano, non per sostituirlo, ma il dibattito resta aperto a promette di essere uno dei temi caldi del 2026.

Dal punto di vista tecnologico, l’accesso a materiali professionali di altissima qualità potrebbe aiutare l’IA a superare alcuni limiti ancora evidenti, come la coerenza dei movimenti e la gestione realistica delle scene complesse.

Allo stesso tempo, la partnership prevede sistemi di tutela per evitare l’uso improprio dello stile Disney da parte di soggetti esterni, creando un ecosistema creativo chiuso e altamente controllato.

Per comprendere meglio il punto di vista dei doppiatori, abbiamo voluto intervistare Alice Venditti. Attrice e doppiatrice, figlia d’arte, ha lavorato sin da giovanissima nel cinema di animazione, prestando la voce numerosi personaggi in film, serie e cartoni animati, inclusi i titoli legati all’universo Disney. Alla luce della recente partnership tra Disney e OpenAI, che apre nuovi scenari nell’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione audiovisiva, queste domande esplorano il futuro del doppiaggio tra tecnologia creatività artistica.

Alice Venditti, la tua carriera nel doppiaggio è cresciuta in un ambiente artistico molto forte, con esperienze che spaziano dal cinema all’animazione Disney. Come pensi che strumenti di intelligenza artificiale, come quelli sviluppati dalla collaborazione tra Disney e OpenAI, possano influenzare la preparazione o la costruzione vocale di un personaggio?

«Devo essere onesta: ad oggi non riesco a essere estremamente preoccupata. In rete si vedono già prodotti doppiati grazie all’intelligenza artificiale, ma non sono di grande qualità. Penso che anche un orecchio non esperto se ne possa accorgere. C’è un piattume generale che forse migliorerà andando avanti, ma resta qualcosa di estremamente artificiale e io personalmente lo percepisco subito. Non riesco a essere completamente preoccupata anche perché la mia famiglia ha uno studio di doppiaggio e sto entrando sempre di più nei rapporti con i clienti. Nei bandi e nelle proposte di lavoro, una delle domande più frequenti è se utilizziamo l’intelligenza artificiale. Ma non lo chiedono perché sono a favore: lo chiedono perché non vogliono che venga utilizzata. Ad oggi, anche la stessa Disney richiede il non utilizzo dell’IA nel doppiaggio a livello recitativo. La preoccupazione ovviamente c’è, perché se l’intelligenza artificiale iniziasse a replicare in modo estremamente fedele anche le interazioni degli attori, potrebbe esserci un passaggio di testimone. Ma questo scenario, per ora, è ancora lontano. Sono gli stessi clienti americani, francesi, coreani che ci danno lavoro a non richiedere questo tipo di supporto. L’IA, semplicemente, non è richiesta».

Disney ha dichiarato che l’uso dell’intelligenza artificiale servirà a velocizzare e supportare le fasi più tecniche della produzione. Dal punto di vista di una doppiatrice, quali aspetti del tuo lavoro pensi siano irrinunciabilmente umani e quali potrebbero invece essere affiancati positivamente dalla tecnologia?

«Affiancati potrebbero essere sicuramente tutti quei processi più tecnici che stanno dietro al leggio: il lavoro dei fonici, del mix, della registrazione. Ma dovrebbero essere programmi molto specifici, pensati per supportare davvero questo tipo di realtà. Non riesco, invece, a immaginare un uso più invasivo dell’intelligenza artificiale nel nostro ambito. Non penso che l’attore doppiatore possa essere sostituito. Quello che temo è che la velocità che l’IA porterà nella fase di creazione, imporrà una velocizzazione anche del nostro lavoro, che invece ha bisogno di tempo. I tempi si sono già ristretti moltissimo. Prima si poteva doppiare un film o una serie in uno o due mesi, oggi ti trovi a chiudere progetti molto complessi in tempi brevissimi. Le scadenze sono sempre più strette. Ho paura che prima o poi ci si debba velocizzare quanto un’IA, perdendo attenzione e cura. Questo, purtroppo, già oggi porta a errori nei doppiaggi, dettati dall’ansia di consegnare. È un grande peccato. L’obiettivo sembra essere quello di velocizzare ancora di più, ma stare al passo sarà molto difficile».

Nel doppiaggio l’emozione passa spesso da dettagli minimi, come una pausa, un respiro, una vibrazione della voce. Credi che l’intelligenza artificiale riuscirà mai a restituire questa complessità emotiva o resterà uno strumento di supporto?

«Io non credo che ci riuscirà mai e, da una parte, mi auguro che non ci riesca. Ognuno di noi dà qualcosa di diverso all’attore che doppia. È per questo che esistono i provini. A volte lo stesso attore viene doppiato da persone diverse in film diversi, perché ogni doppiatore restituisce sfumature differenti. L’intelligenza artificiale non potrà mai dare tutte queste sfumature. Un attore, o un doppiatore, non è quasi mai buono alla prima. Si fanno tantissime prove, versioni diverse della stessa battuta, e poi si sceglie quella giusta. Forse l’IA potrà produrre molte alternative, ma saranno davvero uniche come quelle di un essere umano? Io non credo».

Uno degli elementi centrali del doppiaggio italiano è l’adattamento culturale dei dialoghi. Pensi che l’IA possa aiutare questo processo creativo o temi che possa appiattire le differenze linguistiche e culturali?

«Parlo anche da adattatrice. Io utilizzo talvolta l’intelligenza artificiale come supporto per le traduzioni, ad esempio nei prodotti coreani. Mi aiuta a velocizzare alcune ricerche, soprattutto perché oggi i tempi sono sempre più stretti. Ma per quanto riguarda labiali e sincronizzazione, assolutamente no. Non è affidabile. L’adattamento è un lavoro di responsabilità autoriale. Devi conoscere la cultura, la storia, gli usi e i costumi del Paese che stai adattando. Anche una parola semplice cambia significato a seconda del contesto. Un adattatore lavora ore e ore per rendere una battuta nel modo migliore possibile. L’intelligenza artificiale può forse offrire una base, una prima stesura, ma poi deve esserci sempre un controllo umano. Il doppiaggio è una catena di persone che collaborano. L’IA può forse diventare parte di questo gruppo, ma non sostituirlo».

La partnership tra Disney e OpenAI prevede l’uso controllato di archivi storici per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. Quali tutele ritieni fondamentali per proteggere le voci e l’identità artistica dei doppiatori?

«Io devo avere il controllo della mia performance vocale. Deve essere utilizzata solo per quel prodotto e basta. Esistono già contratti e NDA che tutelano questo aspetto, ma dovranno essere sempre più stringenti. La voce è un tratto distintivo. È pericoloso pensare che qualcuno possa campionarla e farle dire qualsiasi cosa. Ci devono essere leggi e tutele precise. Io non venderei mai i diritti della mia voce per un utilizzo libero, nemmeno alla Disney. Un conto è doppiare un personaggio, un altro è concedere la propria voce per essere usata senza limiti».

Guardando al futuro, come immagini il ruolo del doppiatore in un’industria sempre più attraversata dall’intelligenza artificiale?

«Penso che nasceranno figure di mediazione tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, persone che tutelino i confini e il rispetto del lavoro artistico. Non riesco a immaginare un futuro in cui l’attore o il doppiatore venga completamente sostituito. Ci potrà essere una collaborazione, soprattutto sul piano tecnico, ma non una sostituzione. Anche perché oggi sono gli stessi grandi clienti a chiedere esplicitamente di non usare l’intelligenza artificiale. Per questo non temo la scomparsa del doppiatore. Se l’IA entrerà, sarà come supporto. Ma ad oggi, semplicemente, non serve».

Il futuro riserverà molteplici possibilità. Dalle esperienze immersive personalizzate fino a contenuti che si adattano ai gusti dello spettatore, il confine tra chi guarda e chi crea potrebbe diventare sempre più sottile. Resta però una domanda centrale: come preservare la visione autoriale in un’epoca di narrazioni generate o modificaate da algoritmi?

È su questo equilibrio, fragile ma decisivo che si giocherà la vera sfida della collaborazione tra Disney e OpenAI. Una sfida che non riguarda solo il cinema ma il modo stesso in cui immaginiamo e raccontiamo le storie del nostro tempo.