Fra camici bianchi e algoritmi: il futuro della professione medica

Vito Maria Agrusa, studente di Medicina, riflette sull’uso dell’IA tra formazione, clinica e intuizione umana.

Fra camici bianchi e algoritmi: il futuro della professione medica
Condividi:
3 min di lettura
Alla facoltà di medicina dell’ateneo palermitano, in questi giorni, il mondo delle matricole è in fermento per i risultati degli esami del famoso sbarramento che darà loro accesso al primo anno accademico e conseguentemente al percorso che li porterà alla laurea in Medicina e Chirurgia. Ma nei i viali del Policlinico Giaccone si muovono con evidente familiarità del luogo anche giovani camici bianchi che il percorso di formazione alla professione Medica, lo hanno già iniziato da qualche anno. Incontriamo Vito Maria Agrusa e gli chiediamo cosa ne pensa dei passaggi, che riguardano l’intelligenza artificiale, del discorso tenuto dal Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, in occasione della festa della Professione Medica e Odontoiatrica.
Che rapporto hai con l’intelligenza artificiale? In questi anni di facoltà o anche prima hai usato l’IA? 
Si, personalmente ho usato l’IA sia per la ricerca sia come supporto allo studio, in quanto permette di avere informazioni con estrema facilità e accuratezza. Oggi l’intelligenza artificiale diventa sempre più presente e svolge un ruolo importante nella vita quotidiana e in quella professionale. Nella medicina moderna, la evidence-based medicine (medicina basata sulle evidenze) e medicina personalizzata, in cui viene richiesta una competenza sempre più trasversale alle diverse branche della medicina e allo stesso tempo una competenza precisa e sicura, la possibilità di potere accedere in modo veloce e facile alle informazioni è sicuramente un aiuto importante. Non si tratta solo di facilitare lo studio dello studente o il lavoro del medico, ma permettere una costante ed aggiornata conoscenza.  
 
Ritieni che l’IA possa essere un supporto alla medicina o temi che i medici, soprattutto voi giovani possiate esserne risucchiati e perdere l’istinto clinico?
Io sono uno studente di terzo anno e sto iniziando quest’anno i tirocini, mi appresto ora ad osservare l’esercizio della medicina, quindi per me parlare di istinto clinico ancora forse è prematuro, però penso che il rischio di perderlo o comunque di lasciarlo sostituire dall’IA potrebbe essere fondato. Tuttavia ritengo che bisogna guardare al modo in cui l’IA viene approcciata sia dallo studente che dal medico. Penso anche che  le novità spaventano e che spesso si tratta di abituarsi ad una realtà diversa, ritengo che l’uso l’intelligenza artificiale possa essere un valido strumento di supporto clinico e scientifico, ma che non possa sostituire il medico.
I tuoi genitori sono entrambi dei medici, come ritieni che cambierà in mondo della medicina, sarete voi ad avere una marcia in più grazie alla naturalezza con cui usate le nuove tecnologie o rimarranno loro con la loro esperienza e il loro intuito a padroneggiare meglio la medicina.
Sicuramente l’esperienza che i miei genitori hanno maturato negli anni, permette loro di avere quella marcia in più, proprio perché come dicevo prima la medicina di oggi è una medicina personalizzata, dove il medico non è chiamato solo a curare il sintomo, la patologia, bensì la “persona malata”. La diversità delle persone, del loro vissuto, del loro ambiente socio-culturale rispecchia l’epigenetica, l’insieme di fattori che circonda ognuno di noi e che ha un ruolo protagonista nella patogenesi e quindi nell’espressione della malattia. Ecco, in questo l’esperienza clinica e umana nel campo permette sicuramente un percorso di cura più accurato. Trovo comunque che l’AI oggi sia compagna fedele dell’esperienza, vedo quotidianamente i miei genitori aggiornarsi. Mia madre dice sempre che linee guida sono fondamentali nella pratica clinica solo se adattate all’individualità della persona malata. Mio padre, invece in qualità di docente universitario sostiene che l’AI deve essere sempre più presente in aula per un confronto paritario con gli studenti, con il fine di una formazione che sia di generazione in generazione più informata, al pari dei tempi e della tecnologia odierna.