La nuova chimica dei pixel trasforma i prompt in dosi di allucinazione sintetica

Artisti e ricercatori esplorano il confine tra algoritmo e psicotropo, immaginando un futuro in cui l'intelligenza artificiale non cura le malattie ma somministra esperienze placebo.

La nuova chimica dei pixel trasforma i prompt in dosi di allucinazione sintetica
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Nel vasto laboratorio della creatività digitale, una nuova corrente estetica e concettuale sta emergendo con forza alla fine del 2025: la ridefinizione dell'intelligenza artificiale non come strumento di produttività, ma come dispensatrice di sostanze digitali. Diverse iniziative artistiche e studi di sociologia della tecnologia, rimbalzati su piattaforme come Dazed e Vice, stanno analizzando come i modelli generativi vengano utilizzati per creare un immaginario farmaceutico inesistente, dove il "prompt" diventa la prescrizione e l'immagine generata agisce come un principio attivo sul sistema dopaminico dell'utente. Non si tratta di vera farmacologia, ma di una critica visuale potente alla dipendenza che le piattaforme tecnologiche inducono deliberatamente.

Il fenomeno si manifesta attraverso la creazione di packaging iperrealistici per medicinali fittizi, generati da software come Midjourney o dalle ultime iterazioni di DALL-E. Questi progetti, spesso diffusi senza contesto, presentano flaconi e blister che promettono di curare mali squisitamente moderni: la "fatica da notifica", la "solitudine algoritmica" o la "nostalgia del futuro". L'intelligenza artificiale, nota per le sue "allucinazioni" tecniche (errori fattuali presentati con sicurezza), viene qui ribaltata semanticamente: l'errore non è più un difetto, ma l'effetto psicotropo desiderato. L'utente non cerca la verità fattuale, ma un'alterazione della percezione, un placebo estetico che lenisce l'ansia della complessità contemporanea.

Gli analisti culturali osservano come questa tendenza riveli la natura profonda del nostro rapporto con la Silicon Valley. Le grandi piattaforme non vendono servizi, ma cicli di ricompensa neurochimica. In questo senso, l'IA generativa è la droga perfetta: infinita, personalizzata e priva di sostanza fisica. Il termine greco pharmakon, che significa allo stesso tempo rimedio e veleno, viene spesso citato nelle analisi anglosassoni per descrivere questa dualità. Chatbot e generatori di immagini offrono una cura momentanea alla noia o al blocco creativo, ma instaurano una dipendenza dalla facilità dell'output immediato, atrofizzando potenzialmente i muscoli cognitivi necessari per la creazione autonoma.

Oltre all'aspetto artistico, c'è una dimensione inquietante legata alla persuasione sintetica. Alcuni esperimenti condotti da think tank sulla sicurezza digitale hanno dimostrato come l'IA possa generare descrizioni di esperienze sensoriali così vivide da indurre risposte fisiologiche reali negli utenti, un fenomeno noto come "effetto nocebo digitale". Se un modello linguistico è in grado di simulare empatia o intimità al punto da alterare lo stato emotivo di un essere umano, il confine tra software e sostanza psicoattiva diventa pericolosamente sottile.

Siamo di fronte a una svolta epistemologica in cui la realtà non viene più mediata dai sensi, ma sintetizzata statisticamente. Il mercato delle "esperienze artificiali" potrebbe presto affiancare quello dell'intrattenimento tradizionale, offrendo viaggi mentali su misura privi di controindicazioni chimiche, ma ricchi di incognite psicologiche. La domanda che questi progetti artistici lasciano sospesa non riguarda la legalità di queste sostanze virtuali, ma la nostra volontà di rimanere lucidi in un mondo che ci offre costantemente la possibilità di sognare a occhi aperti.

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