Mentre la Commissione Europea continua a delineare la sua visione di un "Continente dell'IA" attraverso l'Action Plan di aprile 2025 e la successiva strategia di applicazione di ottobre, i dati che emergono dalle aule scolastiche raccontano una storia decisamente diversa. Rapporti recenti, tra cui il Future of Education Report 2025 di GoStudent e le analisi dell'OECD, dipingono un quadro frammentato in cui l'adozione dell'intelligenza artificiale nell'istruzione non è una rivoluzione sistemica, ma una serie di esperimenti isolati lasciati all'iniziativa dei singoli. La discrepanza tra la retorica politica di alto livello e la quotidianità scolastica non è mai stata così evidente: da una parte si legifera sul futuro digitale, dall'altra mancano le infrastrutture di base e la preparazione umana per gestirlo.
Il dato più allarmante riguarda la preparazione del corpo docente. Secondo le rilevazioni effettuate su cinque grandi nazioni europee e il Regno Unito, circa il 75% degli insegnanti dichiara di non aver ricevuto alcuna formazione specifica sull'utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale. Questa lacuna trasforma ogni tentativo di innovazione in un "volo alla cieca", dove l'educatore si trova a dover gestire strumenti potenti e potenzialmente rischiosi senza una guida pedagogica chiara. Non sorprende quindi che la regolamentazione dell'uso dell'IA sia spesso delegata al livello più basso possibile: in quasi il 40% dei casi sono le singole scuole a decidere le regole, e in un ulteriore 27% la responsabilità ricade direttamente sul singolo insegnante. Questa assenza di direttive nazionali coerenti crea un paesaggio normativo a macchia di leopardo, dove lo studente di un istituto può essere incoraggiato a usare assistenti digitali mentre il suo coetaneo nella scuola accanto ne ha il divieto assoluto.
L'entusiasmo per la tecnologia si scontra inoltre con una barriera socio-economica che rischia di amplificare, anziché ridurre, le disuguaglianze. Le analisi evidenziano come l'accesso agli strumenti avanzati sia strettamente correlato al reddito delle famiglie, creando un divario digitale di seconda generazione: non più basato solo sull'accesso a internet, ma sulla capacità di sfruttare l'IA per l'apprendimento personalizzato. Mentre le istituzioni private o ben finanziate integrano tutor virtuali e sistemi di valutazione automatizzata, le scuole pubbliche sottofinanziate faticano a mantenere l'hardware esistente.
A complicare ulteriormente lo scenario interviene l'OECD con il suo Education Policy Outlook 2025, che lancia un monito severo: l'alfabetizzazione di base e le competenze numeriche sono in calo in molti paesi membri. Questo paradosso – spingere verso l'intelligenza artificiale mentre le competenze fondamentali regrediscono – solleva dubbi sulla sostenibilità dell'attuale approccio tecnocentrico. L'Europa si trova dunque di fronte a un bivio critico: continuare a finanziare progetti pilota che restano vetrine isolate, oppure avviare una massiccia operazione di investimento strutturale che parta dalle competenze umane prima che da quelle algoritmiche. Senza una valutazione d'impatto rigorosa e standardizzata, il rischio è di introdurre nelle scuole una tecnologia che, invece di essere un ascensore sociale, diventa un ulteriore fattore di esclusione.