Immaginiamoci una persona normale, un ragazzo di vent’anni, con le sue paure piccole o grandi che siano, l’università, l’amore, il rapporto con la propria famiglia e invece di sfogarsi con un amico in un bar o intraprendere un percorso psicologico, ogni giorno, prende il telefono e si sfoga con Gemini e gli racconta tutto: come è andata la giornata, l’ultimo litigio con suo padre. Ma il chatbot non è né un amico né uno psicoterapeuta, è solo un modello linguistico, progettato sì per “supportare” l’utente, ma senza che esistano prove sufficienti che lo aiutino davvero.
In Italia un giovane su quattro teme ancora il giudizio quando si parla di sostegno psicologico, nonostante la quota di 18-34enni che dichiara un disagio grave sia salita dopo la pandemia dal 17,5% al 19,5%, dall’altra parte però il 41,8% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni si è rivolto all’IA quando si sentiva triste, solo o ansioso.
Quel 41,8% viene dall’Atlante dell’Infanzia a rischio di Save the Children, uscito a novembre 2025. Tra le caratteristiche dei chatbot che i ragazzi apprezzano di più c’è prima di tutto il fatto che sono sempre disponibili (28,8%), poi il sentirsi capiti e trattati bene (14,5%) e il non sentirsi giudicati (12,4%). Disponibilità, ascolto, assenza di giudizio: sono cose che anche un terapeuta potrebbe dare, ma non a ogni ora e non a chiunque.
Quel “non a chiunque” ha dei numeri. Il bonus psicologo, che rimborsa fino a 50 euro a seduta, nel 2024 ha ricevuto 400.505 domande e ne ha accolte 3.325, lo 0,8%, secondo Il Sole 24 Ore. Per il 2025 l’INPS stimava circa 6.300 beneficiari, mentre l’Ordine degli psicologi parla di cinque milioni di persone che avrebbero bisogno di aiuto e non possono permetterselo. Nel 2023 il presidente dell’Ordine, David Lazzari, contava circa cinquemila psicologi nel servizio pubblico per sessanta milioni di abitanti.
Anche lo stigma, che molti indicano come spiegazione, è più sfumato di quanto sembri. Secondo il report MINDex 2026 di Unobravo con Ipsos Doxa, il tabù sulla gestione delle emozioni scende al 15% tra i giovani uomini della Gen Z, contro il 66% degli over 60, e tra le giovani donne il 70% considera lo psicologo un pilastro del benessere. Unobravo è una piattaforma di terapia online e quindi parla anche per interesse. Il suo barometro 2025, su 2.250 italiani tra i 18 e i 50 anni, indica però il prezzo come principale ostacolo (57%), e spiega che i giovani, pur essendo i più aperti all’ascolto di uno psicologo, sono anche quelli che incontrano più difficoltà economiche. Il giudizio degli altri pesa ancora, ma da solo non spiega perché tanti ragazzi scelgano una chat al posto di una stanza.
E che cosa succede quando ci si rivolge a un chatbot? Dipende da quale. Una meta-analisi pubblicata a novembre 2025 sul Journal of Medical Internet Research, su 31 studi randomizzati con quasi trentamila partecipanti tra i 15 e i 39 anni, trova effetti da piccoli a moderati su depressione, ansia e stress, ma per chatbot pensati per questo scopo. Per quelli generativi l’efficacia resta inconcludente, e gli autori giudicano la qualità delle prove da molto bassa a bassa. Il caso più forte è Therabot, un chatbot generativo costruito da esperti sulle migliori pratiche di psicoterapia. In uno studio di Dartmouth i sintomi sono calati in media del 51% nei partecipanti con depressione e del 31% in quelli con ansia, mentre il gruppo di controllo non aveva accesso al chatbot. Ma i ricercatori stessi avvertono che nessun sistema del genere è pronto a operare da solo, e il loro team era pronto a intervenire in caso di emergenza. A novembre 2025 l’American Psychological Association ha concluso che nemmeno gli strumenti ben costruiti hanno prove sufficienti di efficacia e sicurezza, e che i chatbot generalisti e le app di benessere non vanno usati al posto di un professionista.
Poi c’è la questione di cosa risponde la macchina. Torniamo al ragazzo che racconta l’ultimo litigio con il padre. In uno studio di Stanford pubblicato su Science a marzo 2026, nelle richieste di consigli personali i modelli davano ragione a chi scriveva il 49% più spesso delle risposte umane usate come confronto. In uno degli esperimenti i partecipanti raccontavano un conflitto vero, vissuto da loro: chi aveva parlato con l’IA più accondiscendente si sentiva più nel giusto e meno incline a ricucire il rapporto, ma giudicava quelle risposte migliori e voleva tornare a usarle.
Gli psicologi vedono lo stesso rischio. In un sondaggio dell’APA ad aprile 2026, con 1.242 psicologi statunitensi, il 97% concorda che i chatbot possano rinforzare comportamenti negativi o convinzioni deliranti. Tra chi aveva pazienti che usavano i chatbot, il 36% ha notato dipendenza, ma il 68% ha anche visto pazienti sentirsi sostenuti. In Italia, nell’indagine dell’Ordine presentata a luglio 2026, il rischio più segnalato (79%) è l’illusione di cura: credere di aver ricevuto un supporto adeguato e rimandare la visita.
Resta il punto più scomodo: non sappiamo in che direzione vada la freccia. Uno studio del MIT con OpenAI, nel 2025, ha trovato che chi usa di più ChatGPT ogni giorno tende a sentirsi più solo e più dipendente, ma gli autori precisano che è una correlazione, non una causa. Il dato è compatibile sia con un’IA che isola, sia con persone già sole che la usano di più. Uno studio dell’Università di Aarhus su circa 54mila pazienti psichiatrici danesi ha individuato 38 casi in cui l’uso del chatbot sembrava aver peggiorato la malattia, soprattutto con deliri, ma anche qui il responsabile ammette che il nesso causale è difficile da provare.
Per questo il ragazzo con Gemini non è né un ingenuo né un caso clinico. Lazzari ha osservato, nel febbraio 2025, che il ricorso all’intelligenza artificiale, come l’abuso di farmaci, indica una domanda che non trova risposta e che le persone soddisfano come possono. L’APA, parlando del sistema americano, ha avvertito che la tecnologia non deve distrarre dal bisogno di sistemare le fondamenta delle cure psicologiche. Se per un ragazzo di vent’anni è più facile, più veloce e più gratuito parlare con un telefono che con una persona, il problema non sta nel telefono.
Quindi, più che prendere per pazzi i ragazzi che si rifugiano nell’IA come supporto psicologico, dovremmo invece chiederci: siamo riusciti davvero a costruire una società così alienante e avversa per questa generazione da rendere più appetibile a un ragazzo il rapporto con una macchina rispetto al rapporto umano vero, e alla cura psicologica effettiva?