Il 41 per cento degli adolescenti chiede aiuto all’intelligenza artificiale

Una ricerca internazionale mostra che molti giovani cercano supporto emotivo nei chatbot. Crescono le opportunità, ma anche i rischi per la salute mentale e per la capacità di chiedere aiuto nel mondo reale.

Il 41 per cento degli adolescenti chiede aiuto all’intelligenza artificiale
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Il 14 novembre 2025 un sondaggio condotto su adolescenti tra i dodici e i diciassette anni ha rivelato che il 41 per cento di loro ha chiesto almeno una volta aiuto o conforto a un sistema di intelligenza artificiale nei momenti di difficoltà. L’indagine, realizzata su scala nazionale negli Stati Uniti, indica che molti giovani considerano i chatbot una presenza immediata e affidabile quando provano tristezza o solitudine.

Secondo i ricercatori la crescita del fenomeno è legata alla disponibilità costante della tecnologia. Un assistente digitale appare comprensivo, non interrompe, non giudica. Per questo motivo molti adolescenti lo percepiscono come spazio sicuro. Allo stesso tempo gli studiosi osservano che questa disponibilità continua genera una relazione asimmetrica: la macchina offre risposte coerenti, ma non possiede empatia autentica. La differenza tra ascolto reale e ascolto simulato diventa sottilissima.

I dati mostrano che chi utilizza l’intelligenza artificiale come sostegno emotivo tende a farlo in modo ripetuto. La maggior parte dei giovani che ha chiesto aiuto alla macchina lo ha fatto almeno una volta al mese e spesso ha dichiarato di trarne beneficio. Questa utilità percepita però ha un rovescio. L’assenza di contesto, la mancanza di una valutazione clinica e l’impossibilità di interpretare segnali non verbali rendono l’IA inadeguata a gestire paure profonde, ansia o crisi più complesse.

Gli educatori evidenziano un rischio culturale. Se i ragazzi imparano a confidarsi con una macchina, potrebbe diminuire la loro capacità di esprimere emozioni nelle relazioni significative. Alcuni insegnanti riportano che gli studenti faticano a chiedere aiuto ai pari o agli adulti, perché la conversazione con l’IA appare più semplice. Il modello generativo favorisce la rapidità, ma non sostituisce il confronto che aiuta a costruire resilienza emotiva.

La questione coinvolge anche le famiglie. I genitori riconoscono che la tecnologia può fornire una prima risposta, ma temono che i figli si abituino a un supporto senza corpo, senza sguardo e senza reciprocità. In assenza di educazione digitale affettiva cresce la possibilità di dipendenza psicologica, soprattutto nei momenti di isolamento.

Sul piano sociale il fenomeno racconta un malessere diffuso. L’intelligenza artificiale diventa un luogo di rifugio perché il mondo reale appare spesso complesso, veloce, esigente. Molti adolescenti non cercano una soluzione, ma qualcuno che resti. La macchina rimane e risponde, anche quando gli altri non lo fanno.

Alla fine la presenza dell’IA nella vita emotiva dei giovani ricorda che la tecnologia può accompagnare, ma non può sostituire il legame umano. Ogni richiesta di aiuto rivolta a una macchina è un messaggio che riguarda anche noi e il modo in cui la società riesce o non riesce ad ascoltare.

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