La cittadinanza algoritmica: lo studio che assegna una nazionalità a ChatGPT

Una ricerca accademica condotta dall'Università di Zurigo ha analizzato i valori e i tratti comportamentali dei modelli di linguaggio, rivelando una sorprendente vicinanza culturale con la Germania. Lo studio solleva questioni cruciali sul pregiudizio culturale insito nei dataset di addestramento e sulla mancanza di una reale neutralità globale.

La cittadinanza algoritmica: lo studio che assegna una nazionalità a ChatGPT
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L'intelligenza artificiale non è un'entità priva di identità, ma lo specchio dei dati su cui è stata istruita. Un recente studio condotto dai ricercatori dell'Università di Zurigo, ripreso dalle principali testate scientifiche internazionali, ha sottoposto ChatGPT a una serie di test psicometrici e sondaggi sui valori sociali solitamente utilizzati per mappare le culture umane. I risultati indicano che il modello di OpenAI manifesta una personalità e un sistema di valori che riflettono in modo predominante quelli della cultura tedesca, caratterizzati da un alto orientamento alle regole, pragmatismo e una specifica sensibilità verso la privacy e l'ordine.

L'emergere di questa personalità sintetica non è il frutto di una scelta intenzionale degli sviluppatori, ma una conseguenza diretta del peso dei dati linguistici utilizzati durante l'addestramento. Sebbene il modello sia istruito su testi provenienti da tutto il mondo, i dataset in lingua inglese e le traduzioni di alta qualità di fonti accademiche e istituzionali europee sembrano aver plasmato una "forma mentis" specifica. Questo fenomeno, definito dai ricercatori come pregiudizio culturale algoritmico, suggerisce che l'AI non sia affatto il cittadino del mondo neutrale che molti immaginano, ma un soggetto che risponde alle sollecitazioni seguendo schemi valoriali tipici dell'Occidente industrializzato.

La sovrapposizione con i tratti culturali tedeschi emerge in particolare nella gestione del rischio e nella precisione delle risposte. Lo studio ha evidenziato come il modello tenda a favorire soluzioni strutturate e cautamente conservative, rifuggendo dall'ambiguità o dall'informalità tipica di altre culture, come quelle dell'area mediterranea o asiatica. Questa scoperta pone sfide significative per la distribuzione globale della tecnologia: un'AI con una personalità marcata potrebbe risultare meno efficace o persino alienante per utenti che operano in contesti culturali con gerarchie sociali diverse, stili comunicativi più indiretti o diverse concezioni del tempo e dell'autorità.

Il dibattito si sposta ora sulla necessità di una pluralità algoritmica. Se i modelli dominanti continuano a proiettare i valori di una specifica area geografica, il rischio è quello di una nuova forma di colonialismo digitale, dove la logica e l'etica di una cultura vengono imposte come standard universale attraverso il software. Le istituzioni accademiche chiedono ora maggiore trasparenza nella composizione dei dataset, suggerendo l'integrazione di pesi culturali più bilanciati per evitare che la conversazione uomo-macchina sia limitata da un unico e invisibile confine nazionale.

Alla fine, scoprire che ChatGPT ragiona come un tedesco ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra. La sfida per il futuro dell'informatica sarà creare sistemi capaci di cambiare non solo lingua, ma anche prospettiva culturale, adattandosi alla diversità del pensiero umano invece di cercare di uniformarlo a un unico modello statistico.

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