Pochi giorni fa la corte regionale di Monaco ha condannato OpenAI a risarcire la GEMA, la principale società tedesca per i diritti musicali, per aver utilizzato senza licenza testi di canzoni protette nei modelli di intelligenza artificiale. Il procedimento riguarda l’addestramento del chatbot ChatGPT con opere musicali tedesche famose, e la sentenza rappresenta una svolta nel modo in cui la creatività viene regolamentata nell’ambito dell’IA.
Secondo il tribunale, l’utilizzo dei testi non si limita a estrazioni marginali: i modelli hanno memorizzato e riprodotto parti delle canzoni in risposta a prompt specifici. La corte ha rigettato l’argomento di OpenAI secondo cui il training rientra nei limiti del “text and data mining” senza necessità di licenza. Il verdetto sottolinea che anche l’industria dell’IA deve rispettare la protezione delle opere creative.
La decisione solleva questioni essenziali per il settore dell’intelligenza artificiale. Se i modelli generativi non possono più attingere liberamente a testi protetti, le aziende dovranno negoziare licenze, riconfigurare i dataset e forse rivedere i costi di sviluppo. Ciò può rallentare il ritmo dell’innovazione e aumentare il divario tra grandi operatori e realtà minori.
Dal punto di vista culturale, il giudizio riconosce il valore del lavoro creativo come patrimonio collettivo e non come “input gratuito” per le macchine. Le parole degli autori diventano oggetti di proprietà intellettuale anche nell’era algoritmica: il diritto d’autore non è superfluo, è fondativo.
Alla fine, il verdetto tedesco non blocca solo un’azienda: interpella il modo in cui la società intende costruire l’intelligenza artificiale. Se una macchina può generare parole nuove, resta da chiarire se può farlo attingendo senza limiti al patrimonio esistente. E sul filo di questa domanda si gioca il futuro della creatività e dell’autonomia digitale.