La mafia è una montagna di merda, ma quanto è bella la mafia Johnny

Una riflessione feroce sul rapporto tra cittadini, Stato e mafia. Non il solito editoriale: qui si parla di abitudine all’illegalità, di indifferenza sociale e di come la sicurezza conti più della libertà. Una denuncia che non fa sconti a nessuno.

La mafia è una montagna di merda, ma quanto è bella la mafia Johnny
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C'è un momento, in quella scena leggendaria del film, in cui la battuta smette di far ridere. Perché non è solo cinema. È lo specchio. È la frase che non abbiamo il coraggio di dire, ma che ci portiamo cucita addosso.
In queste ore tutti parlano dell'ennesima sparatoria in pieno centro, di una città che non dorme più tranquilla nemmeno davanti a un locale, di una gioventù che si ammazza come in un videogioco. Ma non serve ribadire il fatto, lo sanno tutti. Quello che non diciamo mai è cosa c'è sotto.

Cosa chiede davvero il cittadino medio? Non quello impegnato, non quello che legge saggi, frequenta biblioteche o compra giornali. No. Parlo dell'italiano vero, quello che vive con Rete4 accesa, che scorre Facebook la sera, che vota a sentimento, che si informa al bar, che dice "io non sono razzista ma", che ripete "una volta c'era più rispetto". Quello che non vuole rivoluzioni ma quiete. Che non chiede sviluppo, chiede pace. Che non chiede futuro, chiede sopravvivere. Che non chiede giustizia, chiede che nessuno lo disturbi.
Il cittadino medio vuole lavorare senza rotture, parcheggiare senza multe, passeggiare senza paura, farsi la sua vita in santa pace. Vuole ordine. Vuole sicurezza. Vuole controllo. Ma non gli interessa chi lo garantisce. Non gli interessa sapere a chi sta dando potere. Non gli interessa chiedersi perché in certi quartieri "non succede mai niente". Non è importante se è lo Stato o qualcos'altro. Se qualcuno fa rispettare le regole, va bene. Se qualcuno "tiene in riga la gente", va bene. Se qualcuno punisce chi disturba, va bene.

La legalità diventa un optional. La libertà un lusso. La democrazia un fastidio burocratico. Perché quando lo Stato è lontano, lento, complicato, impalpabile, qualcun altro prende il suo posto. E quel qualcun altro si muove meglio, arriva prima, ti guarda negli occhi, ti risolve i problemi. Magari non è giusto. Ma è efficace.
E allora quella montagna di merda improvvisamente sembra solida. Sembra affidabile. Sembra... bella. Perché la bellezza, nella Palermo stanca, non è estetica. È funzionalità. È comodità. È sopravvivenza. Così la mafia avanza dove lo Stato non c'è. Dove la politica parla e non ascolta. Dove la scuola è l'ultimo baluardo ma viene lasciata combattere a mani nude. Dove il lavoro non c'è. Dove la dignità è un lusso. Dove la disperazione ha bisogno di una mano, qualsiasi mano.
E allora qualcuno dirà che è colpa loro, che è colpa dei quartieri difficili, che è colpa della povertà, che è colpa dei giovani. Ma la verità è più amara. La mafia prospera perché noi la rendiamo possibile. Perché preferiamo un potere oscuro ma presente a un potere legittimo ma assente. Perché scambiamo il controllo per protezione, la paura per ordine, il silenzio per pace. Perché non vogliamo responsabilità. Vogliamo solo vivere comodi. E per vivere comodi siamo pronti a chiudere gli occhi. A normalizzare l'anomalia. A tollerare l'intollerabile. A dire "tanto è sempre stato così".

Prima il favore, poi la cortesia, poi la dipendenza, poi la resa. E tutto questo non è solo mafia. È un modo di pensare. È nella cultura. È nel linguaggio. È in quello che accettiamo. È in quello che lasciamo correre. È in quello che scegliamo di non vedere. E allora la domanda non è "come è possibile?", la domanda è "quanto lo vogliamo davvero uno Stato presente, equo, severo, imparziale?".
Quanto siamo disposti a rinunciare al privilegio del favore per avere il peso della giustizia? Quanto siamo pronti a dire no al meccanismo che, in fondo, ci conviene?

Forse la risposta è semplice. Siamo esseri evoluti solo sulla carta. Abbiamo smartphone, intelligenza artificiale, auto elettriche. Ma nelle dinamiche profonde siamo ancora tribali. Ancora gerarchici. Ancora dominati dal più forte. Ancora dipendenti dal clan. Deriviamo dalle scimmie. E le scimmie, per recuperare nutrienti essenziali come le vitamine B e K, mangiano le proprie feci.

Forse non abbiamo mai smesso.