L'Orologio Fermo del Bianconiglio: Come le IA Ci Restituiranno il Tempo Perduto

La rivendicazione del diritto al tempo, alla contemplazione, alla meraviglia. Una riflessione disincantata, ma piena di speranza e di fiducia in un cambiamento ancora possibile

L'Orologio Fermo del Bianconiglio: Come le IA Ci Restituiranno il Tempo Perduto
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6 min di lettura

Viviamo nel paese dei Bianconigli. Tutti corrono, nessuno sa bene verso dove. C’è chi corre per incastrare tre riunioni e una spesa, chi per trovare un'ora libera tra il dentista e la lavatrice. Le nostre agende digitali sono più dense del tempo stesso. Per incontrarsi a cena tra amici serve un doodle e un paio di mesi di preavviso.

E intanto Alice, la figura della contemplazione e della meraviglia, dov'è finita? Forse è rimasta dall'altra parte dello specchio, a perdersi nel tempo come si fa solo quando si ha tempo da perdere.

Parlare di "diritto al tempo" oggi significa quasi bestemmiare contro la religione della produttività. Ma il tempo non è solo una risorsa da amministrare, è la materia prima della vita. Il diritto al tempo non è solo quello di lavorare meno, ma di poter decidere all'istante come riempire, o non riempire, le nostre ore. Quella libertà che abbiamo smarrito, intrappolati in una società che misura il valore delle persone in base a quanto fanno, non a quanto vivono.

L'IA, la Macchina del Tempo Istantanea

In questo scenario, dove la frenesia è la norma, arrivano le
Intelligenze Artificiali (IA) con la loro promessa (o minaccia) di efficienza assoluta. E qui si apre il paradosso: se davvero queste tecnologie possono alleggerire il lavoro umano, perché non lo fanno? Perché, invece di restituirci tempo, sembrano chiederne ancora di più?

La potenza dell'IA sta nella sua capacità di demolire il tempo improduttivo. Pensiamo ai compiti cognitivi ripetitivi che ci ingolfano le giornate. Una IA può sbobinare un'ora di registrazione in pochi istanti, mentre a noi ne servirebbero almeno tre ore. Può aiutarci a scrivere un riassunto, fare conti, tradurre, incrociare dati, suggerire soluzioni.

In teoria, l'IA ci libera dal peso della ripetizione, agendo come un pilota automatico intellettuale. Ma solo se sappiamo usarla. Se le deleghiamo anche la riflessione, rischiamo di perdere non solo tempo, ma anche pensiero. E senza una cultura digitale e una capacità critica diffusa, le macchine non ci rendono più liberi: ci rendono più dipendenti.

L'obiettivo deve essere trasformare l'efficienza algoritmica in tempo umano liberato per la cura, l'innovazione e, soprattutto, per la spontaneità.

Il Lavoro che Resta

Molti temono che l'IA "ruberà il lavoro". Il fatto che stia causando licenziamenti è certo ed è grave, un fenomeno su cui porre  attenzione  e su cui intervenire. Ma le AI rubano “Lavoro” o
retribuzioni? Il concetto di Lavoro è alto e nobile e non sparirà: si trasformerà (almeno questa è la mia convinzione).

La nostra Costituzione recita all’art. 4: Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Noi umani lavoriamo da molto prima dell’invenzione del denaro.
In maniera abbastanza naturale, la nostra specie si è sempre occupata di lavorare per garantire il benessere della sua comunità e questo, sono convinto, continuerà ad esistere, dal procurare cibo e materie prime, passando per tutte le azioni di cura della comunità, fino a produrre arte e cultura per il prossimo. Arte che oggi sappiamo essere forse l’aspetto più importante nel tramandare storia, cultura e quindi conoscenza.
Non è un caso che, altrove, si stia riconoscendo che fare arte è un lavoro, anche quando non produce profitto, come in Irlanda dove è stato approvato un reddito per gli artisti. È un segno che stiamo iniziando a capire che il valore non coincide con la retribuzione.

Verso Nuovi Modelli: L'UBI come Struttura Tecnica

La grande sfida è di natura economico-strutturale. Se l'IA automatizza la produzione e genera ricchezza massimizzando l'efficienza, tale ricchezza non può restare concentrata dove si trovano i server.

Diventa necessario pensare a modelli di reddito universale incondizionato (UBI). Non come elemosina o carità, ma come riconoscimento del valore del tempo liberato e come nuova infrastruttura sociale.

L'UBI, idealmente cofinanziato dallo sviluppo tecnologico stesso, è la chiave per trasformare la disoccupazione tecnologica da dramma sociale a opportunità di liberazione. Non si tratta di tassare i robot, bensì di intervenire affinché le multinazionali che ottengono ricavi straordinari grazie all'efficienza algoritmica assumano un ruolo di "impresa sociale", destinando quota parte dei loro introiti a canali di finanziamento dell'UBI. È un imperativo strutturale che riequilibra i benefici dell'innovazione.

Se le macchine lavorano per noi, dobbiamo imparare a vivere grazie a loro, non al loro posto. Un reddito universale potrebbe permettere alle persone di dedicarsi ad attività oggi invisibili ma socialmente fondamentali: educazione, cura, creatività, partecipazione civica o banalmente a lavorare seguendo e sviluppando una loro passione, generando probabilmente risultati ben più utili alle comunità che quelli prodotti da un call center outbound che cerca di venderti un depuratore d’acqua inutile (NDA: l’acqua pubblica è già potabile).

Oltre la Nostalgia: Alice, Torna a Casa

Si tratta di abbandonare nostalgia e di non aver paura di cambiare. Il modello che ci ha portato fin qui è stato in grado di sviluppare un benessere enorme, offrendoci cure, connessioni e possibilità. Ma come ogni ciclo, anche quello del capitalismo produttivista sembra arrivato al suo limite.

L'IA non è la fine del lavoro: è l'occasione per passare oltre. Non per distruggere ciò che c'è stato, ma per riscrivere le regole di una nuova epoca in cui il tempo torni a essere umano, non industriale.

Viviamo immersi in un tempo lineare, fatto di obiettivi e scadenze, dove ogni ora deve portare un risultato. È il tempo del Bianconiglio, che corre per arrivare sempre un passo avanti.

Ma il tempo umano, quello vero, non è una linea: è un cerchio.
È il tempo delle stagioni, delle relazioni, dei ritorni.
È il tempo di Alice, che non insegue, ma si lascia attraversare dal mondo.

Forse il diritto al tempo non è solo quello di averne di più, ma di poterlo vivere in modo diverso — tornando a un ritmo circolare, rigenerativo, che non si misura in produttività ma in presenza.

Forse è questo che dovremmo chiedere alle intelligenze artificiali: non solo di lavorare al posto nostro, ma di restituirci Alice. Di restituirci la curiosità, la lentezza, la libertà di perderci. Perché il diritto al tempo è, in fondo, il diritto a non sapere sempre cosa fare dopo. A restare un po' nel presente, senza correre dietro all'orologio del Bianconiglio.

Se le macchine ci aiuteranno a ritrovare questa capacità — di ascoltare, di immaginare, di respirare — allora forse non saranno solo "intelligenti". Saranno finalmente alleate.

E noi, un po' meno conigli.

In ascolto:
Il cyber-ciclope - Anastasio

Tratto dall’album
“Le macchine non possono pregare” - Anastasio


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