Nel pieno del dibattito sull’Intelligenza Artificiale, mentre la tecnologia accelera e ridisegna abilità, professioni e perfino relazioni umane, diventa urgente chiedersi che cosa può ancora fare la scuola per custodire ciò che nessuna macchina possiede: coscienza, empatia, responsabilità. L’AI è ormai parte strutturale del nostro futuro, ma proprio per questo serve un’educazione capace di formare persone e non semplici utenti.
È in questa direzione che si muove la Rete di Barbiana, riportando al centro della formazione la parola, il pensiero critico e la cura degli ultimi, un argine culturale che non frena l’innovazione, ma garantisce che resti umana.
La Rete di Barbiana nasce nel 2017 da un’intuizione del professor Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’antimafia presso l’Università della Calabria, e del maestro Edoardo Martinelli, allievo diretto di Don Milani. L’idea prende forma durante un’esperienza di scrittura collettiva con studenti preoccupati per lo stato della scuola e della società, da qui la scritta “Barbiana 2040”, simbolo di una sfida pedagogica e culturale che rilancia la lezione milaniana nel presente. La sua finalità è recuperare la “pedagogia dell’aderenza”, capace di leggere la realtà e rispondere al cambiamento antropologico imposto dal digitale.
Lo scopo iniziale e ancora oggi centrale, è ritornare allo spirito originario di Barbiana per portarlo dentro la scuola contemporanea e nella formazione degli insegnanti, proponendo soprattutto laboratori di scrittura collettiva, la “tecnica umile” di Don Milani, come risposta ai bisogni dei nativi digitali, un modo per generare pensiero critico, appartenenza, motivazione e processi cognitivi profondi.
La Rete afferma che la scuola e l’università devono avere un potere trasformativo sulla società. Gli insegnanti sono agenti del cambiamento e devono contribuire alla rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo delle persone, per questo la scuola deve precedere la società, diventando punto di riferimento anche per le famiglie.
L’obiettivo ambizioso del progetto è dimostrare che l’approccio milaniano offre una risposta profonda alla crisi educativa del nostro tempo e attraverso la pratica costante della scrittura collettiva, la scuola può sviluppare identità, senso di comunità, pensiero critico e cittadinanza attiva, strumenti indispensabili per reinventare il mondo e costruire l’umanità di domani.
Come ricordava Don Milani: «Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua…» perché la padronanza della parola non è un lusso professionale, ma una necessità vitale per ogni essere umano e questo vale soprattutto in un mondo dominato ormai dall'impoverimento del linguaggio dei social.
Nel panorama delle pedagogie oggi diffuse, dal metodo di Maria Montessori, alla pedagogia di Rudolf Steiner, fino alle tradizioni educative della Chiesa Evangelica Valdese, della Congregazione Salesiana e della Compagnia di Gesù, la Rete di Barbiana occupa un posto ben riconoscibile.
Le pedagogie Montessori e Steineriana nascono da una struttura metodologica definita: un ambiente preparato, materiali specifici, fasi di sviluppo, ritualità educative. Le educazioni di matrice valdese, salesiana o gesuita si fondano invece su una visione religiosa che orienta valori, finalità e spesso l’organizzazione della vita scolastica.
La Rete di Barbiana si distingue perché non propone un metodo chiuso, non ha materiali propri, non ha una dottrina da seguire. Ciò che porta è una prassi educativa laica, sociale e politica, che ha come baricentro la scuola pubblica e la sua funzione costituzionale, che è quella di ridurre le disuguaglianze, dare parola a chi non l’ha mai avuta, rendere gli ultimi protagonisti.
La Rete si integra meno come “corrente pedagogica” e molto più come coscienza critica della scuola, una scuola che mette al centro tre dimensioni: la giustizia sociale, la responsabilità collettiva e il rigore dello studio come strumento di emancipazione. Un orientamento che spinge docenti e comunità a rendere l’educazione un atto pubblico, equo, politico nell’accezione più alta del termine.
Il “metodo Barbiana” si caratterizza per almeno quattro elementi:
1. Centralità degli ultimi. La scuola esiste per colmare le distanze, non per riprodurle. L’attenzione ai ragazzi più fragili è la misura della qualità dell’intero progetto educativo.
2. La parola come strumento di emancipazione. Il lavoro sul linguaggio: leggere, scrivere, discutere, argomentare, non è un esercizio formale: è accesso al mondo, è cittadinanza.
3. Studio rigoroso e collettivo. A Barbiana lo studio era intensissimo, quotidiano, senza orari predefiniti. Ma soprattutto era condiviso: si impara insieme, non in competizione.
4. Educazione come responsabilità politica. Per Don Milani la scuola non prepara “alla vita”: è già vita civile, e ogni insegnante ha il dovere di chiedersi a chi serve ciò che insegna.
Oggi la Rete di Barbiana raccoglie decine di scuole, associazioni, gruppi di docenti e realtà sociali in tutta Italia che si riconoscono in questo approccio e mantiene ancora una forte presa soprattutto nel Sud, dove la dispersione scolastica, le marginalità sociali e la povertà educativa rendono urgente una scuola che abbia il coraggio di prendere posizione.
In questo contesto, figure come Maria Miceli - storica dirigente scolastica dell’istituto comprensivo don Milani di Lamezia Terme, che ha guidato dal 2001 al 2012, hanno avuto un ruolo essenziale nel mostrare una scuola come “atto di amore e giustizia”, in cui ogni bambino o ragazzo merita attenzione, accoglienza, e un percorso che valorizzi la sua persona.
Grazie a figure come lei, la filosofia della Rete si traduce in una pratica quotidiana fatta di inclusione reale, ascolto autentico e responsabilità sociale. La sua opera mostra come la scuola possa diventare uno spazio in cui si incarnano i valori che Barbiana ha consegnato alla storia la centralità degli ultimi, la dignità della parola, il valore del merito come conquista condivisa e non come selezione.
Nella sua azione quotidiana, l’idea milaniana di scuola come “atto politico nel senso più alto” prende forma: ogni decisione, dall’organizzazione delle classi ai progetti di recupero, dall’accoglienza degli alunni in difficoltà ai rapporti con le famiglie , diventa un gesto di equità e di cura.
La scuola può e deve trasformare il territorio, offrendo uno sguardo che non si arrende, costruire possibilità dove sembrano non esserci, generare cambiamento e ,in particolare oggi, forse la sua funzione è quella di porsi in un piano di realtà che faccia da contraltare di senso all'universo del dilagare del digitale