Tre clik contro la multa e l'intelligenza artificiale diventa paralegale

Negli ultimi anni milioni di automobilisti hanno usato chatbot e strumenti di intelligenza artificiale per contestare multe e sanzioni. L’IA promette accesso alla giustizia, ma apre anche nuovi interrogativi su responsabilità e trasparenza.

Tre clik contro la multa e l'intelligenza artificiale diventa paralegale
Condividi:
3 min di lettura

Era il 31 marzo 2023 quando una studentessa universitaria britannica ha raccontato di avere usato un modello linguistico per farsi cancellare una multa da sessanta sterline. Nello stesso periodo negli Stati Uniti applicazioni legali basate su intelligenza artificiale dichiaravano di avere aiutato centinaia di migliaia di automobilisti a contestare contravvenzioni per la sosta e per il traffico. Il fenomeno si è esteso tra il 2023 e il 2025 in Europa e Nord America, dove sempre più persone chiedono aiuto a chatbot e piattaforme automatiche per scrivere ricorsi, lettere formali e richieste di rimborso. L’obiettivo è chiaro. Ridurre l’impatto delle sanzioni e semplificare l’accesso a strumenti legali che molti non saprebbero usare da soli.

Il meccanismo è semplice. L’utente inserisce i dati della multa, carica eventuali foto o documenti, descrive la situazione e il sistema genera un testo di risposta già formattato. Alcuni servizi promettono di citare norme, regolamenti locali e precedenti, costruendo argomentazioni che un cittadino faticherebbe a mettere insieme. Il modello linguistico analizza le informazioni e produce una lettera che parla la lingua dell’amministrazione. In molti casi si tratta di testi ben strutturati, con tono formale e richieste precise.

La narrazione del successo però è solo una parte del quadro. Alcune di queste piattaforme hanno esagerato sulle proprie capacità e sono finite nel mirino delle autorità di vigilanza. In un caso la società che offriva un servizio di “robot avvocato” è stata sanzionata per avere pubblicizzato in modo ingannevole il livello di intelligenza e di accuratezza del proprio chatbot. L’ente regolatore ha contestato l’assenza di verifiche sistematiche sulla correttezza delle risposte, ricordando che il diritto non può essere trattato come un semplice problema di generazione testuale.

Anche l’uso diretto di chatbot generalisti apre un fronte delicato. Da un lato gli esempi positivi non mancano. Un cittadino chiede a un modello di scrivere una memoria difensiva, integra i riferimenti normativi, allega prove e ottiene l’archiviazione del verbale. Dall’altro lato esistono casi documentati di errori, in cui l’IA ha inventato sentenze, norme inesistenti o argomenti tecnici privi di fondamento. In un procedimento statunitense due avvocati sono stati multati per avere depositato atti pieni di citazioni giuridiche create da un modello generativo.

Il confine tra empowerment e rischio si gioca su un terreno preciso. L’intelligenza artificiale può abbassare le barriere di ingresso alla giustizia, soprattutto per chi non può permettersi un legale. Può aiutare a capire dove e come fare ricorso, a ordinare le prove, a scrivere in modo chiaro. Ma non sostituisce la valutazione di un professionista, né può assumersi la responsabilità delle conseguenze. Nel migliore dei casi diventa strumento di pre-analisi, una prima bozza da rivedere con attenzione umana.

Sul piano sociale la diffusione di questi strumenti racconta una sfiducia crescente nei processi amministrativi. Molti utenti percepiscono le multe come automatismi opachi, generati da sistemi di controllo che non ammettono replica. Il ricorso guidato dall’IA appare allora come una forma di riequilibrio: se le istituzioni usano algoritmi per sanzionare, i cittadini usano algoritmi per difendersi. Questa simmetria è affascinante ma parziale, perché i margini di errore non sono uguali per tutti.

Alla fine, l’idea di eliminare le multe con “tre clic” è più un’immagine che una realtà. L’intelligenza artificiale può rendere più accessibile il linguaggio del diritto, ma non può trasformare ogni sanzione in un errore cancellabile. Il punto vero è un altro. Capire se questi strumenti diventeranno un alleato consapevole del cittadino o l’ennesima scorciatoia che illude di conoscere la legge senza averla mai davvero letta.

Tag: