Intervista ad Andrea Lo Sasso, autore del libro “Intelligenza Artificiale. Parlando di AI, parlando di noi”.

Andrea Lo Sasso presenta il libro “Intelligenza Artificiale. Parlando di AI, parlando di noi”, un saggio che esplora il rapporto tra uomo e tecnologia affrontando temi come educazione, lavoro, etica e futuro dell’intelligenza artificiale.

Foto scattata da Salvatore Lorenzini
Foto scattata da Salvatore Lorenzini
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Andrea Lo Sasso è un giovane ricercatore e divulgatore scientifico. Laureato all’Università degli studi di Bari in Fisica Teorica e Sistemi Complessi, sta attualmente svolgendo un PhD in fisica applicata. Il suo interesse su data science e intelligenza artificiale si rivolge in particolare su applicazioni nel campo sanitario (es. per il riconoscimento di patologie tramite analisi del respiro). Ha svolto periodi di studio all’estero come erasmus e soggiorni alla Sorbona, a Parigi, e anche presso la Central European University (CEU). È coinvolto anche nella divulgazione scientifica e ha partecipato come speaker a eventi TEDx, parlando del rapporto tra intelligenza artificiale e medicina. Sul profilo LinkedIn si presenta come PhD candidate in fisica, con competenze in reti complesse (complex networks), big data, AI, salute e complessità.

Parliamo del tuo libro “Intelligenza Artificiale. Parlando di AI, parlando di noi”. Da cosa nasce l’idea di scrivere un libro sul rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale?

Il libro nasce con una domanda molto semplice ma la cui risposta non lo è altrettanto. Esistono tantissimi libri che parlano di intelligenza artificiale, molti dei quali anche con sfumature interessanti e diverse. C’è chi parla di AI analizzandola per gli hardware o i software, chi per le sue applicazioni in un ambito specifico, ma non ho mai trovato un testo che esponesse l’AI in modo semplice e divulgativo. Quindi: cos’è l’intelligenza artificiale?. Nel libro provo a spiegarlo in modo divulgativo, senza formule o linee di codice. Anche i concetti esposti solitamente mediante formule matematiche sono spiegati prendendo spunto dalla vita reale, mediante aneddoti. Poi si racconta la storia dell’ AI, poiché essa non nasce oggi, ma ha origine nel 1956 e, attraverso tappe storiche significative, giunge fino a noi nella forma attuale. In questo modo, i lettori possono acquisire una consapevolezza di base che li guida poi nell’approfondimento dei tre ambiti su cui si aprono riflessioni: l’educazione, il lavoro e la società, intesa sia come democrazia sia nella sua totalità. Iniziando dall’educazione, possiamo ricordare, ad esempio, la Scuola di Atene: una nuova tecnologia di allora, la scrittura, non veniva considerata uno strumento in grado di migliorare lo studio. Nel Fedro di Platone, attraverso il mito di Theuth e Thamus, essa viene infatti definita farmakon, nell’accezione negativa di veleno e non di rimedio. Per quanto riguarda il lavoro, molti temono che l’intelligenza artificiale possa sostituire i lavoratori umani; tuttavia, il vero tema consiste nel comprendere come attivarsi per salvaguardare l’occupazione, consentendo ai lavoratori di sviluppare nuove competenze. Relativamente alla società, occorre fare in modo che le nostre aziende riescano a competere efficacemente non solo a livello europeo, ma anche mondiale. A tale proposito, un punto di riferimento importante è rappresentato dall’AI Act. Infine, il libro si conclude illustrando gli step che le organizzazioni mondiali stanno intraprendendo sugli approcci etici. Ho scelto il libro come mezzo divulgativo perché lo ritengo lo strumento più democratico e liberale che esista: non necessita di un numero indefinito di “like” e non è infinito come il feed di Instagram, ma procede linearmente, da sinistra verso destra, fino a concludersi.

Come spiegheresti il concetto di AI ad un pubblico misto di addetti ai lavori e non per evitare che abbiano paura dell’intelligenza artificiale?

È necessario strutturare e destrutturare il concetto in funzione del pubblico di riferimento. Nella stesura del mio libro, ho cercato di individuare idealmente il lettore finale, immaginando un non nativo digitale di età matura che, al termine di una giornata di lavoro e probabilmente affaticato, desideri informarsi leggendo il mio testo. Egli deve poter trovare un’opera capace di appassionarlo mediante un linguaggio chiaro e accessibile, ma al tempo stesso stimolante e in grado di mantenere viva la curiosità. Una volta conclusa la lettura e assimilati i concetti fondamentali, potrà superare le proprie paure grazie alle conoscenze acquisite. Quando si affronta il tema dell’intelligenza artificiale, l’accessibilità deve costituire sempre un principio prioritario e imprescindibile.

Sarebbe opportuna, dunque, un’introduzione agli strumenti piuttosto che esservi catapultati dentro?

Sarebbe dunque auspicabile un’introduzione graduale agli strumenti, piuttosto che un approccio immediato e privo di mediazioni. Tuttavia, non rientra nell’interesse dei grandi player mondiali adottare un atteggiamento di tipo maieutico su questo tema.

Ritieni opportuno il finanziamento per progetti italiani legati all’IA per evitare di continuare ad usare i servizi di altri Paesi?

Ritengo che il finanziamento di progetti italiani legati all’intelligenza artificiale possa rappresentare un passo importante per ridurre la dipendenza dai servizi sviluppati in altri Paesi. Sarebbe auspicabile la nascita di startup italiane in grado di delineare un modello nazionale di riferimento. Credo fortemente in questa prospettiva, così come in una visione di un’Europa più coesa e integrata. In tale contesto, la creazione di un social network europeo potrebbe costituire un impulso significativo alla costruzione di un sistema di intelligenza artificiale comune. Tuttavia, il solo finanziamento delle startup non è sufficiente: è necessario che queste realtà riescano a consolidarsi e a operare efficacemente su scala europea. Pertanto, sebbene a livello nazionale sia possibile avviare iniziative di valore, esse non appaiono al momento sostenibili nel lungo periodo; un approccio più ampio, di respiro europeo, risulterebbe invece più realistico e duraturo.

Se cambiasse la situazione in Italia grazie alla crescita di nuove infrastrutture di AI, cambieresti il tuo pensiero in merito?

Ritengo che, qualora in Italia si registrasse una crescita significativa delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, il nostro Paese potrebbe acquisire un ruolo di rilievo sia a livello nazionale che europeo nel lungo periodo. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva ideale, poiché il contesto italiano necessita di materiali adeguati e di un solido know-how tecnico. Mi piacerebbe, poi, che tale sviluppo avvenisse nel Mezzogiorno, richiamando il grande tema del Mediterraneo come crocevia di scambi e di relazioni tra popoli. L’Italia dovrebbe avviare una strategia di investimenti di lungo respiro, con una visione almeno ventennale; tuttavia, la velocità di attuazione rappresenta un fattore cruciale, poiché il rischio è che, una volta completata l’infrastruttura, questa risulti già superata dal rapido progresso tecnologico.

Cosa ne pensi del divieto dell’utilizzo del cellulare nelle scuole italiane da parte del Ministro Valditara, mentre nel resto del mondo si incrementano le sensibilizzazioni sull’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici applicati all’ambiente scolastico?

La scuola rappresenta, per definizione, il luogo dell’educazione. Il termine “educazione” è di per sé estremamente significativo, poiché deriva dal latino ex ducere, che significa “condurre fuori”, ossia accompagnare verso la maturazione. Impedire l’utilizzo, in ambito scolastico, dei nuovi strumenti tecnologici oggi disponibili rischia di generare un vuoto educativo, privando gli studenti di un’occasione di crescita consapevole. È necessario, invece, introdurre figure esperte all’interno delle scuole e promuovere un percorso di informazione e formazione che consenta ai giovani di comprendere e utilizzare la tecnologia in modo critico e costruttivo, trasformandola in un autentico strumento di arricchimento.

Secondo te, una rivoluzione industriale 2.0 può avvenire in questo momento storico?

Riprendendo l’accezione proposta da Alessandro Barbero, secondo cui la rivoluzione è un evento che rovescia radicalmente l’ordine precedente (rivoltandolo), ritengo che, nel momento storico attuale, sia più appropriato parlare di transizione piuttosto che di rivoluzione. Non ravvedo, dunque, un rischio di stravolgimento improvviso, così come non avvenne durante la prima rivoluzione industriale, quando si temeva che le macchine potessero sostituire completamente l’uomo, mentre in realtà vennero generati nuovi posti di lavoro e nuove competenze. Nel saggio di Alessandro Aresu La Cina ha vinto, i principali pensatori del Partito Comunista Cinese attribuiscono grande importanza al concetto di cultura, descrivendola come un flusso nel quale siamo immersi. Si tratta di una visione estremamente significativa, poiché suggerisce che apprendiamo costantemente da ciò che ci circonda e, al tempo stesso, restituiamo un contributo al contesto in cui viviamo. In questo senso, la transizione che stiamo attraversando non deve essere interpretata in chiave distopica, ma come un processo evolutivo che richiede studio, approfondimento e una costante attività di divulgazione, svolta con competenza e responsabilità.

C’è un ambito del tuo lavoro in cui ti viene in aiuto l’intelligenza artificiale? E quale LLM usi solitamente?

Essendo la mia formazione in fisica teorica, il mio lavoro consiste principalmente nella costruzione di algoritmi di intelligenza artificiale per applicazioni specifiche. Questo aspetto risulta più chiaro se si considera che i grandi modelli linguistici (LLM) si basano su reti neurali, che sono proprio ciò che costruiamo. L’osservazione di tali modelli è estremamente interessante anche in prospettiva futura, poiché ci permette di comprendere il “modo di ragionare” della macchina. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale riveste un ruolo fondamentale nel mio lavoro. Per quanto riguarda gli LLM che utilizzo, mi trovo particolarmente a mio agio con Gemini, ChatGPT e Perplexity, selezionandoli in base alle specifiche esigenze e alle capacità di ciascuno. Non ho ancora avuto modo di provare DeepSeek, sebbene mi sia stato segnalato come uno strumento molto valido per attività di coding.

La tua natura di divulgatore scientifico ti fa porre come obiettivo anche l’insegnamento?

Ho avuto la fortuna di seguire un percorso di studi in fisica teorica, che mi ha consentito di sviluppare una prospettiva trasversale su diversi temi. Amo citare Rutherford, che affermava: “Nella scienza esiste solo la fisica, tutto il resto è una collezione di francobolli”. Si trattava di un’affermazione provocatoria da parte di un premio Nobel, per la chimica, e stimato accademico. Guardando al futuro, l’idea di intraprendere un percorso accademico non mi è affatto estranea: il mondo accademico offre dibattiti stimolanti e il vero valore risiede nel confronto intellettuale, che rappresenta senza dubbio uno degli aspetti più appaganti del lavoro scientifico.

Come si costruisce un algoritmo di intelligenza artificiale brevemente e semplicemente?

Domanda interessante. L’intelligenza artificiale generativa si basa, in origine, su sistemi noti come reti neurali. Questi sistemi furono sviluppati agli inizi degli anni ’80 e trovavano applicazione, ad esempio, nella fisica delle particelle. In termini molto semplici, possiamo immaginare di avere una ricetta e gli ingredienti necessari: una volta raccolti, si procede con le fasi di prove e con i test. Infine, si valuta la performance del sistema creato. Si tratta di un tema complesso, ma questa rappresenta la modalità più chiara e concisa per spiegarlo in modo comprensibile.

Qual è l’aspetto più positivo e quello più negativo dell’intelligenza artificiale?

L’aspetto più positivo dell’intelligenza artificiale risiede nella sua capacità di destrutturare complessità che risultano difficili da gestire per l’essere umano. In altre parole, l’IA è in grado di elaborare e analizzare una quantità enorme di dati che noi non saremmo in grado né di memorizzare né di comprendere appieno. L’aspetto negativo, invece, è che l’IA non possiede una vera e propria intelligenza autonoma. Ad esempio, se si chiedesse a una macchina “com’è andata ieri sera?”, essa non potrebbe rispondere in termini generici come “ho fatto tante cose”. Questo genere di rispose è comune invece tra gli esseri umani che attivano un processo immaginativo e figurativo per trovare risposta a questa affermazione. Questa è la macchina non lo può fare..

Qual è il futuro distopico che non vorresti?

Il futuro temo riguarda principalmente l’informazione. Le notizie potrebbero essere diffuse in rete anche grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale generativa, addestrati sullo stile delle grandi firme del giornalismo, ma capaci di produrre testi non verificati e non veritieri. Questo fenomeno rischierebbe di accentuare la polarizzazione della popolazione, rendendo il tema estremamente delicato. Per questo motivo, auspico un futuro in cui l’essere umano possa essere potenziato dalle strutture e dalle infrastrutture basate sull’intelligenza artificiale, senza che queste operino secondo logiche autonome o finalità di “super macchina”. In altre parole, le tecnologie devono essere applicate affinché l’uomo possa superare i propri limiti e le proprie barriere, e non per sostituirsi o ridurlo a semplice oggetto di calcolo.

Ci accomiatiamo da Andrea Lo Sasso che, grazie all’ampia dinamica che ci ha fornito sull’intelligenza artificiale e al suo parere prezioso, derivato da anni di studi ancora in corso, ci fa capire che per combattere le paure legate all’AI non dobbiamo fare altro se non armarci della conoscenza necessaria per non demonizzare l’intelligenza artificiale.

 

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