Una recente denuncia ha scosso il mondo dell'editoria ponendo la questione sulla trasparenza nell'utilizzo dell'intelligenza artificiale. L'allarme parte da Jörn Cambreleng, traduttore, direttore di ATLAS e del Collège international des traducteurs littéraires di Arles, una figura centrale nella promozione della traduzione come atto culturale. Cambreleng affermando che chi usa l’intelligenza artificiale è un ricettatore, denuncia un sistema che utilizza modelli addestrati su testi altrui senza consenso e li rivende come nuova creazione.
Secondo Cambreleng, il punto non è la tecnologia ma la trasparenza. Chi ricorre all’AI per produrre o tradurre testi senza dichiararlo partecipa a una catena opaca che cancella l’autore, riduce il valore del lavoro umano e confonde il lettore. «Non è accettabile che un editore presenti come traduzione un testo riscritto da una macchina» ha dichiarato a Le Monde, definendo “vergognoso” l’uso silenzioso dell’AI in editoria.
La polemica nasce dal caso VBK nei Paesi Bassi, dove una delle maggiori case editrici ha annunciato di voler pubblicare romanzi tradotti con il supporto dell’intelligenza artificiale. L’azienda ha garantito un editing umano e il consenso degli autori, ma la reazione dei traduttori è stata durissima. The Guardian ha raccolto testimonianze di professionisti che vedono in questo processo un precedente pericoloso: la riduzione dei compensi, la perdita di incarichi e l’invisibilità del traduttore nella catena editoriale.
Il dibattito, tuttavia, va oltre i confini del libro. Publishing Perspectives ha pubblicato il manifesto europeo sulla trasparenza delle opere generate o assistite da macchine, chiedendo regole condivise e tracciabilità dei processi. L’obiettivo è riconoscere i diritti di chi interviene nel post-editing e di chi fornisce i dati su cui i modelli vengono addestrati.
L’immagine del “ricettatore” diventa allora una metafora efficace: chi si appropria di contenuti generati da una filiera opaca, chi usa strumenti costruiti su testi rubati, chi finge di non sapere, partecipa comunque a un atto di appropriazione indebita. È la forma più moderna di ricettazione: quella che avviene non nei mercati neri, ma nei cataloghi digitali delle grandi piattaforme.
L’AI Act europeo prova a definire limiti, livelli di rischio, requisiti di tracciabilità. Ma finché non sarà imposto un obbligo di disclosure sull’uso di intelligenze artificiali in opere culturali, la distinzione tra autore e macchina resterà fragile. E la cultura rischierà di diventare un archivio di voci sottratte, rielaborate e rivendute in silenzio.