Il rapporto tra Intelligenza Artificiale (IA) e istituzioni culturali sta dando vita a una convivenza che sta modificando profondamente il rapporto tra i musei e i visitatori. Se nel 1936 Walter Benjamin, nel saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, temeva che la replicazione industriale distruggesse l'unicità e l' "hic et nunc" (qui e ora) dell'opera d'arte, oggi l'IA sta mutando questo rapporto, conferendo nuova vita e interattività ai reperti storici. I musei si stanno trasformando da luoghi di conservazione passiva a spazi di esposizione predittiva, dove la tecnologia non solo aiuta a restaurare parti danneggiate o a monitorare il deterioramento degli oggetti, ma permette una partecipazione immersiva che trascende i limiti fisici.
Un esempio di questo dialogo trans-temporale è "Ask Dalí", lanciato dal Salvador Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida. Grazie a modelli di machine learning come GPT-4 e ElevenLabs V2, i visitatori possono ora "conversare" con il pittore catalano. Utilizzando un telefono ispirato al celebre "Telefono Aragosta" (celebre oggetto surrealista creato nel 1936), è possibile porre domande a una versione ricreata artificialmente dell'artista, addestrata sui suoi scritti e audio d'archivio per imitarne la voce e la personalità. Questa esperienza segue altri esperimenti del museo, come "Dalí Lives" (2019), che ha riportato in vita le fattezze del pittore su uno schermo, e "Dream Tapestry" (2023), che permetteva di trasformare i sogni dei visitatori in dipinti digitali.
Questo esempio rappresenta una delle due facce della medaglia della museologia contemporanea davanti all'innovazione dell'IA. Quanto è corretto far dire a un artista defunto cose che non ha mai scritto, basandosi su una "probabilità statistica" della sua personalità? Il rischio delle "allucinazioni" dell'IA rappresenta una sfida critica per istituzioni che hanno come missione la precisione storica e l'accuratezza educativa. Operazioni come quelle del Salvador Dalí Museum rappresentano forse più un tentativo di “vendere un'esperienza” estranea alla vita diretta dell'artista, piuttosto che una reale innovazione storiografica. La differenza sostanziale sta nel metodo: alcuni esperti sostengono infatti che le simulazioni digitali, per quanto affascinanti, possano trasformare l'esperienza autentica in un "simulacro" in cui il segno sostituisce la realtà. Ciò rischia di distorcere il rapporto tra il personaggio storico e la sua versione simulata.
L'altro approccio possibile viene forse impersonificato dal progetto che nasce a Los Angeles: DATALAND, il primo museo al mondo dedicato interamente all'arte generata dall'IA. Fondato dal media artist Refik Anadol, DATALAND non si limita alla vista, ma propone un viaggio multisensoriale. Il cuore del museo è il Large Nature Model (LNM), un algoritmo open-source addestrato esclusivamente su dati naturali (canti d'uccelli dell'Amazzonia, dati meteorologici e visivi) provenienti da istituzioni come la Smithsonian. L'esperienza culmina nella Infinity Room, dove i dati ambientali si trasformano non solo in pigmenti digitali, ma anche in esperienze olfattive: 12 fragranze generate dall'IA accompagnano i visitatori, adattandosi alle immagini su schermo e basandosi su dati raccolti in 16 diverse foreste pluviali.
Qui non si parla più di interpretazione digitale di opere o persone realmente esistite, ma di una integrazione più “consapevole” del mezzo; una scelta consapevole e artistica degli artisti di utilizzare il mezzo IA come strumento di espressione della propria visione autoriale. La stessa cosa vale per le scelte puramente museologiche dei fondatori del museo.
Il futuro dei musei dipenderà dalla capacità di bilanciare l'innovazione tecnologica con i valori umanistici. Sebbene l'IA possa, sotto alcuni punti di vista, democratizzare l'accesso alla conoscenza e rendere i musei spazi più dinamici e inclusivi, il valore insostituibile del museo resta la sua combinazione di oggetti reali, architettura e connessione umana. Solo un'adozione trasparente e guidata dall'uomo permetterà all'IA di amplificare, anziché minare, la missione educativa e istituzionale delle collezioni museali.