Netflix ha deciso di puntare decisa sull’intelligenza artificiale generativa, non per sostituire narratori o registi ma per dotare i creativi di strumenti più agili e potenti. Durante la presentazione dei risultati finanziari, Ted Sarandos ha sottolineato che, pur essendo «tutto dentro», il colosso non considera l’AI come la sorgente definitiva di contenuti ma al contrario come alleata della qualità.
L’uso pratico della tecnologia è già tangibile: in uno dei suoi titoli originali l’azienda ha impiegato un sistema generativo per la scena di una distruzione urbana, realizzata dieci volte più rapidamente e a costi sensibilmente più bassi rispetto ai metodi tradizionali. Sarandos ha indicato che il risultato ha soddisfatto sia il team creativo sia il pubblico.
Resta però una tensione palpabile tra industrie dello spettacolo, union degli artisti e sviluppatori: se da un lato l’AI può accelerare le riprese, alleggerire i budget o immaginare ambienti complessi, dall’altro si aprono interrogativi sui diritti, sulla trasparenza dei processi di produzione e sul ruolo dei professionisti creativi.
Netflix non è sola in questo percorso: il panorama media globale riflette un bivio tra chi ritiene l’AI una rivoluzione e chi la vede come minaccia per l’ingaggio umano. Nel mezzo c’è la sfida più impegnativa: definire limiti, regole e buone pratiche affinché l’innovazione non diventi disfacimento della creatività.