Il legame tra la produzione di immagini e l'esercizio del potere politico rappresenta un binomio indissolubile nella storia della comunicazione. Oggi, con l’avvento dell’IA generativa, si stanno ridefinendo i confini della produzione visiva, creando una vera e propria "realtà sintetica" in cui attori umani e artificiali coesistono. Le nuove tecnologie hanno democratizzato la creazione di contenuti visivi, permettendo di tradurre l'immaginazione in immagini complesse e realistiche con una facilità senza precedenti. Questo cambiamento tecnologico non è solo un'evoluzione tecnica, ma una metamorfosi radicale: l'iconografia politica non è più limitata alla cattura del reale, ma si estende alla generazione automatica di scenari che possono proiettare pregiudizi o essere manipolati per scopi malevoli. In questo nuovo paradigma, la capacità dei leader di gestire l'immagine diventa uno strumento di pressione geopolitica e di costruzione del consenso che sfida le nozioni tradizionali di autenticità e fiducia sociale.

L'uso delle immagini generate dall'IA ha trovato in Donald Trump e la sua amministrazione uno dei suoi interpreti più prolifici, inaugurando quella che viene definita "slopaganda". Questo termine descrive una miscela pervasiva di propaganda, cultura dei meme e contenuti artificiali progettati per dominare il dibattito online e catturare l'attenzione degli utenti in modo virale. Un esempio emblematico è rappresentato dall'immagine "Hello, Greenland", in cui un Trump di dimensioni gigantesche osserva l'isola artica, rilanciando simbolicamente un dossier geopolitico strategico attraverso la forza della comunicazione digitale. Oltre a scenari eroici o paradossali — come Trump ritratto mentre prega o in compagnia di un alieno — la nuova iconografia politica viene utilizzata per attaccare ferocemente gli avversari. La diffusione di video deepfake che mostrano l'arresto di Barack Obama o gallerie fotografiche come "The Shady Bunch", che ritraggono esponenti democratici in tute carcerarie, dimostra come l'IA sia diventata un'arma per fabbricare menzogne e manipolare la percezione pubblica. Parallelamente, la Premier italiana Giorgia Meloni ha denunciato l'uso di deepfake sessualizzati come forma di cyberbullying e attacco politico, avvertendo che tali strumenti sono pericolosi perché capaci di ingannare e colpire chiunque, non solo figure istituzionali.

La produzione visiva algoritmica è caratterizzata da un paradosso fondamentale: l'estrema velocità di esecuzione si scontra con una crescente difficoltà nel decifrare ciò che è autentico da ciò che è sintetico. Sebbene l'IA garantisca un impatto visivo immediato, essa genera spesso segnali rivelatori di inautenticità, come texture della pelle innaturali, mani con un numero errato di dita o sguardi diretti verso direzioni incoerenti. Nonostante queste imperfezioni, il volume massiccio di contenuti prodotti, con circa il 12% delle immagini politiche su X rilevate come generate dall'IA, contribuisce a un caos informativo in cui la verità diventa un accessorio della narrazione. La ricerca mostra che la condivisione di questi contenuti è altamente concentrata: appena il 10% degli utenti è responsabile dell'80% della diffusione di immagini IA, creando un ecosistema in cui l'uniformità stilistica dei contenuti social viene dettata da una ristretta cerchia di "superspreader". Questo fenomeno tende a saturare i feed degli utenti con estetiche simili, spesso caratterizzate da elementi umoristici o esagerati che, pur riducendo la tossicità apparente dei commenti e la plausibilità dell'immagine, contribuiscono a una percezione distorta della realtà politica.
Il pericolo democratico più insidioso derivante dall'IA politica risiede nella capacità di singoli attori e reti coordinate di manipolare l'opinione pubblica su scala industriale. I cosiddetti "superspreader" di contenuti sintetici mostrano caratteristiche peculiari: sono spesso abbonati a servizi premium, presentano comportamenti simili ai bot e mostrano una spiccata polarizzazione, con una netta prevalenza (oltre il 72%) di profili orientati verso la destra politica. Questi attori godono di un'influenza sproporzionata, capace di alimentare camere dell'eco in cui le immagini IA elicitano risposte più positive e meno tossiche rispetto ai contenuti reali, thanks a un "inquadramento di intrattenimento" che maschera la natura manipolatoria dei messaggi. Questa onnipotenza digitale permette di polarizzare le community social attraverso la diffusione di inautenticità coordinata, minando l'integrità del dibattito democratico e rendendo l'opinione pubblica vulnerabile a narrazioni sintetiche. La risposta istituzionale, come la legge italiana che introduce pene detentive per l'uso dannoso dell'IA, evidenzia l'urgenza di regolamentare un potere che, se lasciato al controllo di pochi singoli, rischia di trasformare la piazza pubblica in un teatro di ombre digitali.

Tutto questo si stanzia su una visione distorta della dialettica politica, che da un punto di vista internazionale si sta sempre più avvicinando a una metodologia comunicativa che si addice al dibattito social piuttosto che a una vera e propria “propaganda strutturata”. I rischi che questo comporta sono molteplici: la popolazione da un lato sta interiorizzando e assorbendo un'estetica dell'“ai-slop” e di contenuti spazzatura che si accostano a contenuti di natura fortemente politica e partitica; l'omologazione estetica e iconografica di questi due attori può, nel lungo periodo, distorcere profondamente la relazione tra la popolazione e gli attori politici — oltre a minare il dibattito democratico, che sta sempre più virando su dichiarazioni e immagini grottesche e violente.
In questo scenario, il vero pericolo non risiede più soltanto nella complessa distinzione tra vero e falso, specialmente di fronte a contenuti palesemente esagerati o grotteschi. Il nodo cruciale è l'abuso sistematico di un mezzo che, all'interno delle piattaforme social, si trasforma in una fabbrica infinita di odio e violenza. Questa saturazione visiva finisce per inquinare il dibattito pubblico e, paradossalmente, per anestetizzare l'opinione pubblica: l'attenzione si sposta sulla spettacolarità del mezzo digitale, distogliendola dalla gravità di messaggi spesso xenofobi e violenti. Un'inclinazione che le istituzioni democratiche non possono più permettersi di tollerare o derubricare a semplice folklore politico.
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