Tilly Norwood è già una star. Ha un volto perfetto, calibrato nei dettagli da un software di intelligenza artificiale; può piangere, ridere, interpretare emozioni con una precisione che lascia spiazzati. Non sbaglia mai una battuta, non si stanca, non chiede pause, né cachet, né camerino.
È la prima vera attrice artificiale, capace di recitare ruoli complessi, rispondere in tempo reale a un regista e modificare la propria espressività in base alle esigenze di una scena.
Tilly è, in poche parole, il sogno e l’incubo del cinema contemporaneo.
Ne abbiamo parlato con un attore e comico italiano, Stefano Masciarelli, la cui risata e contagiosa e il cui punto di vista vi stupirà!
Attore di cinema e di teatro, comico per istinto e per mestiere, Masciarelli sa che la recitazione non è solo tecnica o memoria, ma uno sguardo che vibra, una voce che cambia con il respiro del pubblico. In ogni sua parola si percepisce quella consapevolezza antica che lega l’attore alla platea: un filo invisibile fatto di emozione, imperfezione e verità.
Oggi però, quel filo rischia di spezzarsi sotto il peso dell’intelligenza artificiale.
Masciarelli ne parla con la sua consueta ironia, ma dietro le battute si avverte la preoccupazione di chi conosce profondamente il mestiere dell’attore: «In questa storia di Tilly, l’attrice artificiale, naturalmente si fanno tremare diversi settori dell’arte. Figuriamoci in Italia il doppiaggio. Con una roba così potrebbe praticamente terminare il doppiaggio. Si faranno alcuni cloni di Tilly e non esisteranno più i doppiatori».
L’attore romano non esagera: il doppiaggio, fiore all’occhiello della tradizione cinematografica italiana, vive di sfumature vocali, pause, inflessioni, imperfezioni. Tutte quelle cose che un algoritmo può riprodurre, ma difficilmente sentire. Eppure, la paura non cancella la fiducia: «Per quanto riguarda la cinematografia potrebbe essere la stessa cosa – ammette – ma fortunatamente io ritengo che il fattore umano oggi ancora ci darà l’opportunità di svolgere questa professione, sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo».
Poi, come sempre, Masciarelli piega la riflessione al sorriso, e la sua comicità diventa strumento di verità. «Mi viene da ridere pensando a questa Tilly, questa attrice artificiale che per certi versi recita meglio di alcuni umani e tra l’altro neanche chiede in camerino frutta esotica, tagliata a cubetti, come fanno le grandi star».
La battuta colpisce nel segno: in un mondo dove anche la vanità diventa programmabile, l’attore umano resta l’unico a doversi confrontare con i propri limiti, con le proprie fragilità. E forse è proprio lì che nasce l’arte.
Masciarelli continua a giocare con l’assurdo, trasformandolo in satira «Per fare un esempio, Tilly ha vinto un premio come migliore espressione facciale generata al secondo – dice scherazando e prosegue facendo parlare proprio lei- “Grazie, è stato tutto molto processato”. - E aggiunge - Pare che in una scena drammatica abbia commosso talmente tanto che pensate, le si sia spento addirittura il computer per l’emozione».
Ma Stefano non si ferma a questo, analizza anche l’aspetto, non poco trascurabile dell’autoironia, dote che si acquisisce con il tempo, con l’esperienza e con la capacità di relazionarsi con gli altri e aggiunge: «E poi è l’unica attrice che se la prendi in giro ti risponde : “ sto facendo l’ aggiornamento del software”».
Dietro la comicità surreale si intravede un’ombra di malinconia. È quella del mestiere che cambia, dell’artista che vede l’orizzonte farsi digitale. «Posso anche dire tra noi – conclude Masciarelli – che tristezza, perché si sta andando verso un processo di non ritorno, dove non conta più l’aspetto umano, non conta più l’essere, ma conta soltanto l’apparire».
Nella sua voce si sente la nostalgia per un tempo in cui lo spettacolo era un incontro tra persone, non tra codici. E forse è proprio per questo che le parole di Stefano Masciarelli ci colpiscono così tanto: perché ci ricordano che dietro ogni sorriso, ogni battuta e ogni applauso, c’è un cuore che batte. E quello non si può ancora programmare.
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