Sabato scorso un sondaggio internazionale pubblicato dal World Network Research Group ha rilevato che il 23 % delle donne e il 17 % degli uomini considera un flirt con un’intelligenza artificiale una forma di tradimento. L’indagine, condotta in 22 paesi su un campione di oltre ventimila partecipanti, conferma che il confine tra legame umano e legame digitale si sta facendo sempre più sfumato.
Gli autori dello studio hanno analizzato le interazioni con chatbot e applicazioni conversazionali dotate di personalità simulata. Oltre un quarto degli intervistati ha ammesso di aver intrattenuto una conversazione a contenuto sentimentale con un assistente virtuale, mentre il 9 % ha dichiarato di provare attaccamento emotivo verso un modello di intelligenza artificiale. I single sono i più propensi a sperimentare questo tipo di relazione, ma anche i più spaventati dalle implicazioni psicologiche.
Gli psicologi che seguono il fenomeno parlano di “intimità algoritmica”, una forma di relazione che si costruisce sull’interazione costante, la personalizzazione delle risposte e la disponibilità incondizionata. Il rischio, spiegano, è che il rapporto con la macchina diventi emotivamente unilaterale, privo della reciprocità e del limite che definiscono l’incontro umano. In questo senso la gelosia verso l’IA non nasce solo da insicurezza, ma da una percezione reale di competizione affettiva.
La ricerca evidenzia inoltre che le piattaforme di compagnia artificiale stanno moltiplicandosi a ritmo esponenziale. Aziende statunitensi e asiatiche sviluppano chatbot capaci di ricordare gusti, anniversari e dialoghi precedenti, ricreando la sensazione di una relazione continuativa. Questo approccio alimenta l’empatia simulata, ma allo stesso tempo consolida dinamiche di dipendenza psicologica: l’utente cerca conforto, la macchina lo offre, e il ciclo si autoalimenta.
Dal punto di vista culturale il fenomeno riflette la trasformazione del desiderio nell’era digitale. Le relazioni con l’IA non nascono per sostituire l’amore umano, ma per colmare vuoti di tempo, solitudine e ascolto. Tuttavia, quando l’interazione virtuale diventa preferibile a quella reale, la relazione smette di essere un’esperienza condivisa e si riduce a un servizio emotivo.
Gli esperti di etica tecnologica invitano a una riflessione pubblica. L’intelligenza artificiale applicata all’affettività mette in discussione concetti come fedeltà, intimità e consenso, e solleva interrogativi su cosa significhi “tradire” in un mondo in cui l’altro non è più necessariamente una persona.
Alla fine, le macchine non provano amore ma sanno come imitarlo. Il problema, forse, non è che l’IA diventi troppo umana, ma che gli esseri umani si accontentino di un’emozione programmata.