Nel panorama sempre più ibrido fra tecnologia e arte, dove l’intelligenza artificiale si affaccia con forza anche nel mondo dello spettacolo, la voce di Vanessa Gravina si distingue per lucidità e passione. L’attrice, con una carriera radicata nel teatro e nel cinema, guarda con sguardo critico alla nascita di Tilly, la prima attrice digitale italiana e riflette su ciò che sta accadendo al mestiere dell’interprete, ma anche al suo pubblico.
«Ti dirò quello che ti diranno il 99% dei colleghi, di persone, se non il 100% che hanno scelto di dedicare anima, corpo, pensieri, mente, spunti, lavoro, fatica, rinunce a questo mestiere», esordisce Gravina. La sua riflessione è un fiume di pensieri lucidi e profondamente umani: «Quello che ti posso dire è che, prima fra tutti, ne risentirà l’impatto con il pubblico, ma anche dal punto di vista cinematografico, previsivo, come fai? Che cosa fai? Hai relazioni con un robot? Hai un impatto visual, artificiale? Che cosa può regalare tutto questo?».
Volto amatissimo di teatro, cinema e televisione, lei porta invece lo sguardo dentro il mondo del palcoscenico, dove l’energia viva del pubblico e la presenza fisica creano un legame irriproducibile.
La sua riflessione tocca il cuore del tema: può un’intelligenza artificiale “sentire” il battito di una sala?
Per la Gravina, il cuore dell’arte resta il contatto diretto con le persone, l’emozione viva dello scambio, qualcosa che nessun algoritmo potrà mai riprodurre. «La prima cosa che chiedono ( agli attori) sono gli incontri col pubblico, le premiere, le persone in carne e ossa che interagiscono con gli altri, per non parlare del teatro, che, se vogliamo, tutta questa assurdità non farà che interagire ancora e conferire ancora più importanza al settore dello spettacolo dal vivo. Non parlo di teatro, ma di live».
Vanessa attrice di teatro e di cinema, ha da anni sperimentato su di sè cosa significhi la formazione continua, il rapporrto con il pubblico, l’empatia che nasce da una battuta, da uno sguardo, l’emozione che dal pubblico arriva all’ attore che a sua volta riceve attestazione di affetto e stima per ciò che in scena o al cinema ha regaalto. Quasi un rapporto sinallagmatico, dove alla base c’è una cosa sola: l’umanità.
Il suo tono si fa ironico, ma anche profetico, quando aggiunge: «Finché non ci consegneranno dei cyborg perfetti, toccabili, riconoscibili, anche in carne e ossa, proprio carne, nel vero senso della parola, di chi parliamo?».
L’attrice richiama anche le conseguenze concrete che l’automazione e l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale stanno già avendo nel settore audiovisivo: «Tieni conto che questo sciopero in America è cominciato, stiamo parlando già di tre anni fa, a quattro. A un certo punto, la produzione italiana, gli studios che ospitano e ospitavano tutte queste grandi production, che davano lavoro a centinaia e centinaia di persone in Italia, si sono trovati improvvisamente svuotati. Non avevano più film americani, proprio perché gli americani hanno fatto uno sciopero talmente esponenziale da bloccare il sistema collettivo nella maggior parte dei paesi del mondo».
Ma Vanessa non nega il valore della tecnologia, ma mette in guardia contro l’illusione che possa sostituire la creatività umana. «La creatività può essere accompagnata dalla tecnologia, certamente. Oggi la chiamiamo intelligenza artificiale, si è sempre parlato di tecnologia, o comunque di questa roba qui. Non so che dire. Per me, vedere un film con migliaia di effetti speciali è una delle cose più noiose che possano capitarmi».
E infine, con la chiarezza che la contraddistingue, sintetizza il suo pensiero: «Se voglio vedere un cartone animato, vado a vedere un cartone animato fatto veramente dell’invenzione di qualcuno, per carità, lo inventa. Ma se invece voglio vedere gli esseri umani, devono essere esseri umani. Altrimenti proprio non mi interessa. Prima ancora, come spettatrice e come interattore, quindi, insomma, tutto quello che ho fatto nel mio percorso».
In un momento in cui il confine tra reale e virtuale si assottiglia sempre più, Vanessa Gravina ribadisce con forza la centralità dell’essere umano. Perché, come suggerisce il suo pensiero, nessuna “intelligenza” artificiale potrà mai restituire il battito vivo di un’emozione condivisa, né l’unicità irripetibile di uno sguardo vero sul palcoscenico della vita.
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